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ALLA RICERCA DI UNO SPAZIO PERDUTO.IL CASO DELLE PICCOLE SCUOLE DI MONTAGNA

Hans Karl Peterlini, Annemarie AugschöllBlasbichler
Anno di edizione: 2026
Editore: EUM Edizioni Università di Macerata
DOI:
Descrizione
Nota editoriale e contestuale 
Il presente testo costituisce la prefazione introduttiva al Capitolo II, intitolato Alla ricerca di uno spazio perduto. Il caso delle piccole scuole di montagna (pp. 41-139), tratto dal volume monografico di Annemarie Augschöll Blasbichler e Hans Karl Peterlini, Ai limiti della civiltà: percorsi storici e analitici delle piccole scuole nelle aree montane e periferiche dell’Alto Adige/Sudtirolo (eum - Edizioni Università di Macerata, 2026). Il saggio sintetizza l’indagine empirica sul campo svolta nelle tre aree campione (Bassa Atesina, Val Sarentino, Val Venosta) nell’ambito del progetto di ricerca L’edificio scolastico come luogo di apprendimento, di vita e di lavoro, condotto presso la Libera Università di Bolzano e supportato dal Consiglio di Ricerca dell’Università di Klagenfurt. Se la trattazione teorica stabilisce le coordinate interpretative della storia educativa, la ricerca empirica sul campo ne costituisce il valore fondamentale, permettendo di verificare come le direttive generali si siano concretamente incarnate nelle pieghe del territorio. Il saggio raccoglie tre studi di microstoria e di geografia sociale dell’istruzione periferica in tre territori campioni, cioè tre specifiche aree geografiche dell’Alto Adige/Sudtirolo: la Bassa Atesina (Unterland), la Val Sarentino (Sarntal) e la Val Venosta (Vinschgau). Ognuno di questi contesti territoriali offre una lente d’ingrandimento d’eccezione su specifici snodi storico-sociali, svelando come la risposta contadina alle carenze istituzionali abbia generato forme originali di adattamento e resistenza. Nella Bassa Atesina (Unterland), l’evoluzione delle piccole scuole si intreccia inestricabilmente con le contese politico-linguistiche lungo il confine etnico e con la complessa dialettica tra Chiesa e Stato. In frazioni montane come Gfrill (Caprile) e Favogna (Fennberg), o nei contesti di diaspora linguistica come Buchholz (Pochi) e Vadena, la scuola nasce spesso dal diretto prolungamento dell’istituzione parrocchiale o da un beneficio ecclesiastico. Architettonicamente e pedagogicamente, la fisica contiguità tra l’aula e la canonica – come nel caso emblematico di Gfrill, dove una semplice porta collegava la classe agli appartamenti del sacerdote – rifletteva la sovrapposizione tra spazio pedagogico e controllo religioso. Nel corso del Novecento, questa periferia confinaria divenne teatro di aspri conflitti per la sopravvivenza culturale, dove la memoria collettiva risente tuttora sia del trauma dell’assimilazione fascista, sia delle strategie di conservazione identitaria promosse dalle élite locali e dalle fondazioni ecclesiastiche. La Val Sarentino (Sarntal) rappresenta invece un modello esemplare di interazione tra il pionierismo religioso e la secolare autarchia della comunità contadina. Fin dai primi decenni del XIX secolo, sotto l’impulso dell’illuminato parroco (e poi vescovo di Trento) Josef von Tschiderer, la creazione di plessi scolastici nelle frazioni più impervie (da Windlahn e Vormeswald fino a Öttenbach, Rabenstein e Halbweg) fu resa possibile dalla diretta collaborazione dei contadini. In assenza di edifici pubblici dedicati, le lezioni si tenevano a turno nelle Stuben dei masi, con maestre la cui retribuzione veniva garantita dalla collettività villica. La narrazione di queste micro-storie mette in luce l’incessante negoziato tra la viabilità di montagna e il diritto all’istruzione: sentieri scoscesi, assenza di ponti e inverni rigidi hanno imposto per generazioni ritmi scolastici ridotti e soluzioni logistiche estemporanee. Attraverso le lenti teoriche di Pierre Bourdieu, la scuola di montagna sarentina emerge come un campo in cui la scarsità di capitale economico e culturale venibile dalle famiglie veniva compensata da una forte coesione sociale, ma anche condizionata dalle rigide gerarchie del mondo rurale. La Val Venosta (Vinschgau) offre infine uno sguardo di straordinaria drammaticità sulle condizioni estreme della scolarizzazione ad altissima quota (come a Hinterkirch in Val Venosta, a circa 1.900 metri d’altitudine, o sul Sonnenberg e Nördersberg). In questi contesti, la quotidianità scolastica è stata per secoli segnata dalla minaccia costante del pericolo valanghe, dall’assenza di riscaldamento e da dotazioni didattiche ridotte all’essenziale. Attraverso il confronto con le storiche indagini condotte negli anni Ottanta dall’ispettore scolastico Anton Bernhart, il capitolo ripercorre l’ultimo periodo di splendore e la successiva estinzione delle scuole di montagna venostane. A partire dal secondo dopoguerra, e in particolare dopo l’approvazione del Secondo Statuto di Autonomia del 1972, la trasformazione dell’Alto Adige da terra di emigrazione e povertà (Volk-in-Not Land) a regione ad alto benessere ha paradossalmente decretato la fine di questi presidi. Il miglioramento della rete viaria, l’introduzione dello scuolabus e la centralizzazione dei plessi hanno sciolto l’isolamento delle frazioni, ma hanno simultaneamente sottratto alle comunità montane il loro principale punto di cristallizzazione sociale. Le testimonianze orali, i registri scolastici e la ricca documentazione fotografica raccolti in questa sezione restituiscono un affresco vivido e rigoroso di uno “spazio perduto”, la cui memoria appare oggi indispensabile per comprendere le radici della modernità alpina.

Titolo

Alla ricerca di uno spazio perduto.Il caso delle piccole scuole di montagna

Autori

Hans Karl Peterlini, Annemarie AugschöllBlasbichler

Pagine

Anno di edizione

2026

Editore

EUM Edizioni Università di Macerata

Collana

Thesaurus Scholae. Fonti e studi sul patrimonio storico-educativo

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Open Access