Tornare a ridere al giorno. Il mestiere di tradurre come vita secondo Stella Sacchini
7 Gennaio 2026 Giorgio Cipolletta Categories Saggistica
La copertina del volume lo dichiara già in silenzio. Su un bianco quasi abbagliante si aprono riquadri e cerchi azzurrati in cui affiorano frammenti del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, scolpito tra il 1621 e il 1622 e custodito oggi alla Galleria Borghese di Roma. Un volto che si volta di scatto, un braccio che si tende per fuggire, una mano che afferra un fianco, le dita che sembrano affondare davvero nella carne del marmo. Il corpo della scultura è spezzato e ricomposto in un nuovo disegno, come se fosse passato attraverso una griglia e ne fosse uscito diverso eppure riconoscibile. È un’immagine perfetta del tradurre, tagliare e ricucire, perdere qualcosa per far nascere una forma nuova, accompagnare Proserpina ancora una volta nel suo andare e tornare tra buio e luce. Anche il titolo è un piccolo racconto. Tornare a ridere al giorno viene da una resa di Franco Fortini di un carme di Orazio in cui il carpe diem diventa un invito discreto a “ridere al giorno”, a rifare ogni mattina il patto con il tempo. Stella Sacchini se ne appropria e lo spinge più avanti: non solo ridere nel giorno, ma tornare a ridere al giorno, come fanno le voci che la traduzione aiuta a risalire dall’ombra alla luce.
Tradurre, prima ancora che aprire un dizionario, è prendere per mano qualcosa e portarlo oltre. Il verbo nasce dal latino traducere, da trans, “al di là”, e ducere, “condurre”. In principio significa trasportare, trasferire, attraversare una soglia; solo dopo diventa il gesto di passare un testo da una lingua a un’altra. Dentro questo verbo c’è già una scena: qualcuno che accompagna una parola, una storia, una voce lungo un confine, sapendo che nel tragitto cambieranno un poco forma e temperatura. Umberto Eco, in Dire quasi la stessa cosa (2003), insiste sul fatto che tradurre non è dire “la stessa cosa” ma “quasi” la stessa cosa. Quel “quasi” è un campo di forze in cui si negozia senza tregua, ci si chiede quanto siamo disposti a perdere qui per guadagnare altrove. Walter Benjamin, nel saggio sul compito del traduttore, aggiunge un’altra immagine, originale e traduzione sono come due cocci di uno stesso vaso, nessuno dei due contiene da solo il senso intero, e ogni traduzione prolunga la vita dell’originale, ne è sopravvivenza e metamorfosi, quel Fortleben che fa andare avanti la storia dell’opera. La traduzione non ripete il testo, ne integra il cammino e ne fa risuonare in un’altra lingua un’eco diversa, come se da quelle fratture si intravedesse una lingua più pura che nessuno parla interamente. È proprio in questo spazio di cura, amore e rischio che si muove Tornare a ridere al giorno. La traduzione e/è la vita, uscito nel 2025 per eum – Edizioni Università di Macerata, come primo titolo della collana “Erga” dedicata alla traduzione e alla circolazione del sapere.
La sinossi
Le note sul testo che aprono il volume partono da una provocazione: la traduzione e la vita, che cosa c’entrano? Qualcuno direbbe niente, Sacchini risponde tutto. Traduciamo sempre, dal mattino quando ci svegliamo fino al momento in cui ci addormentiamo, e forse anche nel territorio incerto dei sogni. Traduciamo quando cerchiamo di farci capire, quando tentiamo di mettere in parole un pensiero, un’emozione, un ricordo. Traduciamo persino quando scriviamo e ci accorgiamo che le frasi sono ombre di idee che ci sembravano più vive. Traduciamo perché siamo vivi e traduciamo anche per strappare alla morte chi ha già oltrepassato il confine, perché quelle anime tornino a ridere al giorno.
Dentro questa visione prende forma un vero racconto di formazione. Tutto inizia con una bambina di sei anni, una gara di lettura alle elementari, un premio minuscolo: Proserpina e Plutone di Nathaniel Hawthorne, copertina azzurra, una fanciulla sulla riva del mare con i fiori tra le dita. La bambina legge della figlia rapita dal dio degli inferi, della madre Cerere che la cerca, della terra che si inaridisce e poi rifiorisce quando Proserpina torna per sei mesi alla luce. Non sa che quelle pagine sono già una traduzione dall’inglese all’italiano, un primo silenzioso “portare oltre” che le entra nel sangue. Anni dopo scoprirà di aver studiato latino e greco “per amor di Proserpina” e capirà che la sua biografia di traduttrice è cominciata lì, nella pagina con la dea, e che per lei tradurre sarà sempre scendere e risalire, sei mesi nel buio, sei nella luce, morire alle proprie abitudini e tornare a ridere con voci che credeva perdute. Su questa scena si innestano i sedici capitoli del libro, sedici stazioni di un itinerario che attraversa romanzi e saggi tradotti, laboratori, scuole, carceri. Incontriamo Jane Eyre, Il mago di Oz, Le avventure di Tom Sawyer, Martin Eden, Piccole donne, i racconti di Francis Scott Fitzgerald, i racconti di H.P. Lovecraft, la favola di Amore e Psiche in Apuleio, i testi di Ovidio, le pagine di Jane Austen. Più avanti arrivano i progetti Tradurre in classe e Attraversamenti, la lingua di mezzo degli studenti stranieri, le donne-poesia di Iran e Afghanistan, il capitolo sul dialetto come nucleo quasi intraducibile, il racconto “irriverente” finale La voce. Il tutto è intrecciato con la storia professionale e umana di Sacchini, traduttrice per Feltrinelli, Mondadori, Gallucci, voce italiana di molte autrici e molti autori – da Jane Austen a Dickens, da Twain a London, da Alcott a Lovecraft, da Apuleio a Ovidio – e curatrice per Oscar Fantastica della collana “Tentacoli”, dedicata a piccoli libri di Lovecraft.
Tornare a ridere al giorno – La recensione
La prima intuizione forte del libro è che la traduzione non sia una specializzazione tecnica confinata nello spazio editoriale, ma una condizione umana che riguarda chiunque usi una lingua. Il traduttore editoriale è la versione più esposta di qualcosa che facciamo tutti, ogni volta che diciamo noi stessi, ogni volta che incontriamo un altro, lavoriamo dentro una traduzione. La figura di Proserpina è il filo segreto che tiene insieme tutto. La bambina che vince il piccolo libro di Hawthorne, la ragazza che sceglie il classico per amore di una dea, la traduttrice adulta che sente di passare mesi nel buio del testo altrui e mesi nella luce della propria lingua: tutte sono variazioni di una stessa discesa e risalita. Proserpina che torna al giorno è la forma mitica del Fortleben di cui parla Benjamin, la sopravvivenza dell’originale attraverso le sue traduzioni. Ogni nuova versione è un altro passaggio tra inferi e luce, un altro modo in cui il vaso rotto si ricompone per un istante in un disegno diverso, come nella tecnica del kintsugi, dove le fratture diventano visibili grazie a un filo d’oro che ripara e ridona “un vivere nuovo”.
Dentro questo quadro teorico, i capitoli non spiegano la traduzione in astratto, la mostrano mentre accade. Tradurre Jane Eyre, una rosa piena di spine è il racconto di un innamoramento imprevisto. Sacchini accetta il romanzo di Charlotte Brontë con “disciplina da soldatino”, pensando a un gotico rosa poco nelle sue corde, e si trova investita da una voce ferita e ironica, timida e insubordinata, che non le assomiglia e proprio per questo la chiama. Il lavoro consiste nel cercare un italiano che sappia stare in bilico tra confessione e lucidità, romantico e sarcastico, senza levigare troppo. Ogni aggettivo limato, ogni abbellimento sacrificato, ogni rinuncia a un sinonimo elegante per salvare un silenzio o una pausa è una piccola scelta di campo. La rosa resta tale solo se mantiene le spine, e la traduttrice accetta di pungersi pur di non trasformarla in un fiore finto. Nel capitolo su L. Frank Baum, Le gioie innocenti e le sbadate delizie di L. Frank Baum, la festa sembra più leggera ma la posta è alta. In un contesto che vuole dalla letteratura per ragazzi ammonimenti e punizioni, Baum dichiara di voler solo divertire, ma tradurre per ragazzi non è mai “un gioco da ragazzi”. Sacchini e Mirko Esposito cercano un italiano che non trasformi quella gioia in sermone, un italiano compagno di gioco e non maestrina. Nasce un laboratorio di nomi: Biascichini per i Munchkin, Ammicchetti per i Winkies, Quadrotti per i Quadling, invenzioni che spostano leggermente il vaso senza farlo esplodere. Quando una studentessa chiede perché la comandante Jinjur venga chiamata “generale” al maschile, il passaggio a “generalessa” diventa un gesto semplice e decisivo. Qui la traduzione mostra il suo volto più politico, perché pronomi e desinenze definiscono anche il confine di ciò che è pensabile...
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