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  • Alla Fiera “Più libri più liberi” di Roma emozionante incontro con Edith Bruck


    «Fin da bambina ho amato la poesia moltissimo. Invece delle preghiere, la sera leggevo le poesie, allora la mia mamma mi sgridava, dicendo che le poesie non possono sostituire le preghiere. Io invece ho sempre immaginato che i poeti sono dei profeti, dei visionari, dei giusti. Forse per puro caso - non si sa cos’è il destino - ho incontrato un poeta come marito, Nelo Risi».

    Con queste parole esordisce Edith Bruck alla presentazione del suo libro Versi vissuti. Poesie (1975-1990), a cura di Michela Meschini, edizioni eum, in una sala gremita di studenti e di adulti, venerdì 7 dicembre 2018 alla Fiera “Più libri più liberi” della Piccola e Media Editoria di Roma.

    La riedizione delle tre raccolte poetiche dell’autrice ungherese, Il tatuaggio (1975), In difesa del padre (1980) e Monologo (1995), contenute nel piccolo e prezioso volume edito dall’University Press maceratese, come sottolinea la Presidente delle eum Rosa Marisa Borraccini nell’introdurre l’incontro, non si configura solo come un’operazione editoriale, ma anche come un’operazione culturale di più ampio respiro. Si è voluto così far sentire di nuovo, riportare alla luce, la voce poetica di Edith Bruck, già nota per la sua vita straordinaria e la sua produzione narrativa.

    È proprio sulla rilevanza e sull’attualità dei “Versi vissuti”, che pone l’accento Michela Meschini nel suo intervento. La prima grande qualità della scrittrice riguarda la forza comunicativa della sua poesia, che è una poesia di sentimenti, leggibile e accessibile, perché scritta con uno stile semplice ed elegante, ad un tempo essenziale e profondo. Attraverso una scrittura che arriva direttamente al cuore più che alla mente, l’autrice ci conduce con naturalezza sul bordo dell’abisso dell’umanità, tuttavia non ci abbandona lì, ma fa sì che il nostro sguardo si sollevi in alto alla ricerca del bene. La seconda grande qualità della poesia di Edith Bruck riguarda la sua dimensione civile. I suoi versi infatti nascono dalla necessità di testimoniare la tragedia della Shoah, per aprirsi però, attraverso la memoria, a un costante percorso di emancipazione dal dolore e di lotta nei confronti del male dell’esistenza. È quindi una poesia di resistenza, salutare e necessaria, che può effettivamente renderci più liberi, soprattutto in un momento storico come il nostro, in cui si tende ad alzare nuovi muri e a far nascere nuove forme di esclusione.

    «Ho scritto la prima poesia ispirandomi a mio padre. Quando ci hanno buttati giù dal vagone bestiame ad Auschwitz» – ricorda la scrittrice - «mia madre ha perso gli occhiali nella confusione, non vedeva bene, e mi diceva: “Cerca tuo padre, cerca tuo padre, non vedo più tuo padre”. Ho visto un migliaio di uomini che andavano nella stessa direzione, tutti nudi, mio padre era molto magro e io ho pensato di vederlo, vedevo un sedere magro, e a mamma ho detto: “Quello è papà, quello è papà”. La prima poesia che ho scritto, L’uguaglianza padre!, è stata ispirata a questo episodio, nel senso che l’uguaglianza era lì. Erano tutti senza niente. Tutti nudi, poveri, borghesi, ricchi. Tutti gli ebrei erano ugualmente puniti».

    Uno dei primi lettori delle sue poesie è stato Primo Levi, che le ha definite “belle e feroci” perché, come afferma l’autrice, lei non gira intorno alle cose, ma le scrive chiaramente. Vuole che tutti capiscano le questioni molto serie di cui si occupa e che riguardano l’umanità intera. Edit Bruck ha cominciato a scrivere già nel 1946 in Ungheria, ma è solo nel 1959 che, in Italia e in una “lingua non sua”, pubblica il suo primo romanzo-memoir sulla deportazione, Chi ti ama così, seguito fino ad oggi da oltre venti opere per lo più autobiografiche e tutte legate alla necessità di testimoniare.  

    «Noi testimoniamo per moltissime ragioni. La prima è perché l’abbiamo promesso ai morenti, che ci dicevano: “Se sopravvivete, raccontate, perché non ci crederanno”. Testimoniamo anche perché la memoria dell’umanità è molto corta. Viviamo anche oggi dei tempi molto delicati. Siamo impietosi. Non riusciamo a vivere in pace, non impariamo ad amare l’altro, ma  solo ad odiare. Tuttavia vale sempre la pena di testimoniare. Io ho sempre detto, se riesco a cambiare cinque, sei, sette, un ragazzo, una ragazza, la mia sopravvivenza non è stata inutile, la mia vita è stata utile. C’è sempre ascolto, anche nel buio più totale nei campi di concentramento c’era chi ti lasciava nella gavetta un po’ di marmellata o un guanto bucato».

    Di seguito il racconto per immagini dell'incontro con Edith Bruck e della presenza delle eum alla Fiera realizzato da Vanessa Latartara con le foto scattate da Giuseppe Luppino, Carla Moreschini e Emma Scrivani.

     

    L'invito

    Il comunicato

    Il sito della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri più liberi