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  • Dorothy M. Figueira, "Minor minorities" and Multiculturalism: Italian American and Jewish American Literature, presentation - presentazione


    Presentation
    The study of ethnic identity has been totally fetishized in American education today. By instituting pedagogies that showcase inclusion, universities mask the continued exclusion of ethnic minorities in American culture. In institutions such as the university in which I work in the rural South, courses on ethnic identity address a sad discriminatory history (my university only admitted African Americans in 1960 and under US army escort) and pretend that times have radically changed by including courses in the curriculum that gesture a commitment to inclusion that does not in reality exist. Most universities in America today are engaged in rituals of gestural representation by offering courses in Black Studies and Asian American Studies. Some institutions are more expansive, offering courses in Chicano Studies and Native American Studies. Yet, two ethnic groups that have made significant contributions to American culture, the Italians and the Jews, are largely absent from this exposure to American ethnic experience that universities offer students. The book we are discussing today deals with the very rich literary production of these two groups and investigates their richness and variety. This volume also investigates why the immigrant literary production of Jews and Italians does not fit into the institutional framework of multicultural studies in the US today or even into the canon of American literature as traditionally taught in English departments throughout the States.

    There was a personal component involved in my putting together this volume and the initial conference on which it was based. As a first generation American of an immigrant father and the mother of immigrant daughters through adoption, I find myself, on the verge of retirement, assessing my own career interests and productivity. I came to teaching immigrant fiction, because I could not fill may classes with enough students interested in studying Sanskrit literature. But, because students are required to study ethnic literature in order to graduate (once again, the administration’s mandate to “teach” tolerance), I found myself teaching Asian American (mostly the Indian diaspora) literature and, since I am an inveterate comparatist, I found myself comparing this literature, dating from the 1970 to the present, with that earlier wave of immigrant literature.

    But there is an even more personal trajectory. My brothers and I, all university professors, chose to study topics deemed serious (Ancient Greek history, German medieval papal history, and, in my case, Indology). I feel we chose these paths not only because these topics interested us, but also in order to prove ourselves equal, as children of working-class immigrants, to more settled Americans. First, we chose not to be ghettoized in the jobs often allotted to our class and ethnicity. Then, once we made it to the university, we did not allow ourselves to be forced to “study ourselves,” the subject in which a racist America might think we were genetically capable specializing. What we studied was intended to prove out worthiness and intelligence. To what degree do the subjects we choose to study reflect our sense of self and needs? My brothers and I tried to prove our worth. We were not “cafoni,” but as worthy and intelligent as those students and professors who looked down on us. It is this psychological burden of immigration that finds such wonderful expression in the literature studied here and it is this sociological element that animates this volume.

    Jews and Italians immigrated at the same time and suffered many of the same discriminatory experiences at the hands of White Anglo Saxon Protestant culture. They wrote of their experiences in often similar terms. Their literature is a rich component of 20th-century American literature. While anthologies exist that examine each of these immigrant literatures, no book, before this volume, compares them and examines their place (or lack thereof) within the canon of the now cutting-edge discourse of multiculturalism in US academia.

    It has been a wonderful experience compiling and editing this volume. I hope it does credit to the Centro Interdipartimentale di Studi ItaloAmericani here in Macerata as its first published volume generated from its first international conference and to the university press that has so ably produced it.

    Presentazione

    Lo studio dell’identità etnica è stato totalmente feticizzato nell’attuale sistema educativo statunitense. Con l’istituzione di pedagogie che valorizzano l’inclusione, le università hanno mascherato la perdurante esclusione delle minoranze etniche nella cultura americana. In istituzioni come l’università del Sud rurale in cui insegno, i corsi sulle identità etniche rispondono a una triste storia di discriminazione (la mia università ammise studenti afroamericani solo nel 1960, e con la sorta dell’esercito) e così fingono che i tempi siano cambiati radicalmente mediante l’inserimento nei curricula di corsi che inscenano un impegno per l’inclusione in realtà inesistente. Molte università americane oggi attuano questi “rituali di rappresentazione” attraverso l’offerta di corsi di Black Studies (studi africani e afroamericani). Alcune istituzioni sono più espansive, e hanno corsi in studi chicani (messicano-americani) e in studi nativo-americani. Eppure, due gruppi etnici che hanno dato un contributo significativo alla cultura americana, gli italiani e gli ebrei, sono in gran parte assenti da questa esposizione all’esperienza etnica americana che le università propongono ai loro studenti. Il libro che discutiamo oggi affronta la vastissima produzione letteraria di questi due gruppi ed esamina la sua ricchezza e varietà. Il volume investiga anche sui motivi che hanno fatto sì che la letteratura degli ebrei e degli italiani d’America non rientri nel quadro generale degli odierni studi multiculturali negli Stati Uniti, e nemmeno nel canone della letteratura americana così com’è tradizionalmente insegnata nei Dipartimenti di Inglese di tutti gli States.

    C’è una componente personale nel mio impegno per mettere insieme questo volume e nell’organizzazione del convegno sul quale si basa. Come americana di prima generazione con un padre migrante, e come madre di figlie immigrate adottive, mi ritrovo, alle soglie della pensione, a operare una valutazione complessiva degli interessi e della produttività della mia carriera. Sono arrivata a dover insegnare le letterature delle migrazioni perché non riuscivo a riempire abbastanza le mie classi con studenti interessati nello studio del sanscrito. E, poiché agli studenti viene richiesto di studiare le letterature etniche per laurearsi (ancora una volta, le direttive delle amministrazioni per l’“insegnamento” della tolleranza), ho finito con l’insegnare la letteratura asiatico-americana (soprattutto quella della diaspora indiana), ed essendo un’inveterata comparatista mi son  trovata a comparare questa letteratura, a partire dagli anni Settanta del Novecento fino ai giorni nostri, con quella prima ondata di letterature migranti.

    Ma c’è una traiettoria ancora più personale. Io e miei fratelli, tutti professori universitari, abbiamo scelto di studiare materie ritenute “serie” (storia greca antica, storia cristiana medievale e, nel mio caso, indologia). Credo che noi abbiamo scelto queste strade non solo perché tali argomenti ci interessavano, ma anche per dimostrarci “uguali”, come figli di immigrati della classe lavoratrice, agli americani più “inseriti”. Innanzitutto, abbiamo scelto di non farci ghettizzare nei lavori e nelle professioni che venivano di solito offerti alla nostra classe e alla nostra etnicità. Poi, una volta arrivati all’università, non abbiamo accettato di essere costretti a “studiare noi stessi”, la disciplina in cui veniamo ritenuti di essere geneticamente in grado di specializzarci da un’America razzista. Quello che studiavamo doveva dimostrare il nostro valore e la nostra intelligenza. Fino a che punto le materie che abbiamo scelto di studiare riflettono il nostro senso che abbiamo di noi stessi e i nostri bisogni? Io e i miei fratelli abbiamo cercato di dimostrare quanto valevamo. Non eravamo dei “cafoni”: eravamo abili e intelligenti come quegli studenti e quei professori che ci guardavano dall’alto al basso. È tale fardello psicologico dell’immigrazione che trova un’espressione così meravigliosa nella letteratura studiata in questo libro, ed è questo elemento sociologico che lo anima.

    Gli ebrei e gli italiani sono emigrati in America più o meno nello stesso periodo, hanno sofferto le stesse esperienze di discriminazione da parte della cultura WASP (“White Anglo Saxon Protestant”), e hanno scritto di queste esperienze in termini spesso simili. Mente esistono antologie che esaminano ognuna di queste letterature, non c’è alcun libro, prima di questo volume, che abbia comparato le due letterature e abbia esaminato il loro posto (o la loro assenza) all’interno del canone dei dibattiti più avanzati sul multiculturalismo nell’accademia americana.

    Compilare e curare questo volume è stata un’esperienza straordinaria. Il libro rende merito al Centro Interdipartimentale di Studi ItaloAmericani dell’Ateneo di Macerata, quale primo volume della sua neonata collana, e alle Edizioni dell’Università di Macerata, che l’hanno prodotto in modo così efficace ed elegante.

    Il testo della presentazione della Prof.ssa Figueira

    2022-06-09 11:58:04