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Il comico, il sacro, l’osceno Mostra a grandezza intera

 
 

Informazioni

Il comico, il sacro, l’osceno

e altri nodi della letteratura medievale

Massimo Bonafin
Note sul testo
Questo libro tratta di nodi di cui è difficile sottacere l’importanza. Il riso, una capacità propria ed esclusiva della specie umana; il riso che, associato a un’altra facoltà tipicamente umana, il linguaggio articolato, transita nel comico, nell’insieme di procedimenti atti a suscitarlo. L’importanza della sessualità per definire i lineamenti di una cultura – con gli annessi comportamenti prescritti o proscritti, ammessi o interdetti, in pubblico e in privato, fra intimi o fra estranei – motiva il territorio, cangiante e di estensione variabile, dell’osceno, nelle cui molteplici manifestazioni è riconoscibile un’aria di famiglia. Il sacro, colto nei testi della letteratura medievale e sotto la forma della religione, insieme istituzione, linguaggio, ideologia e rito. Ma il riso, al pari dell’osceno, può fare capolino fra i comportamenti e le rappresentazioni proscritte e interdette dal territorio sacro, eppure in qualche modo coinvolto, come la sfera sessuale del pari, in quanto latore di una potenza parallela. Sono proprio le intersezioni inattese, gli attraversamenti pericolosi, fra questi tre complessi, il comico, il sacro, l’osceno, che specialmente percorrono questo libro, perché è proprio nelle zone di passaggio, di confine, di incrocio, che si verificano quei fenomeni in grado di riconfigurare le norme, i comportamenti, le aspettative, i pregiudizi del mondo ordinario, illuminando con nuove luci e prospettive quanto una cultura dà per scontato. E dove la mente moderna indaga accorda disunisce, la civiltà medievale ci impone di rimescolare di nuovo ciò che riteniamo distinto una volta per tutte.
 
Note sull'Autore

Massimo Bonafin, già docente dell’Università di Macerata, è ora professore ordinario di Filologia romanza all’Università di Genova.

Indice
Premessa

 
2. Il riso, il comico e la parodia medievale alla luce di una teoria bio-sociale
 
3. Demitizzazioni dell’avventura cavalleresca (Renart e Joufroi)
 
4. Sulla rappresentazione del Miracolo di Sant’Agnese in occitano
 
5. Lo spazio-tempo nei viaggi medievali nell’aldilà
 
6. Tempi brevi, tempi lunghi e livelli di cultura nel Medioevo
 
7. Somiglianze di famiglia fra Voyage de Charlemagne e Digenis Akritas
 
8. Differenze di famiglia: favolistica e zooepica medievale
 
9. Le maschere del trickster (Tristano e Renart)
 
10. Il complotto della volpe (e della donnola) e la retorica del trickster
 
11. Fra Oriente e Occidente: astuzie di volpi e di fate
 
12. Satira, parodia e oscenità nella branche 7 del Roman de Renart
 
13. Les Vêpres de Tibert: satira, finzioni e follie
 
Note
In copertina: Capitello della Collegiata di San Pedro de Cervatos (Cantabria, Spagna).
 
Italiamedievale: video presentazione del saggio Il comico, il sacro, l’osceno e altri nodi della letteratura medievale di Massimo Bonafin con la partecipazione dell'autore https://bit.ly/3IRJE6w
  • Codice ISBN (print) 978-88-6056-764-2
  • Codice ISBN (PDF) 978-88-6056-765-9
  • Numero pagine 234
  • Formato 14x21
  • Anno 2021
  • Editore © 2021 eum edizioni università di macerata
Fillide
Eum Redazione

Segnalato da Luisa Bertolini, Fillide. Il sublime rovesciato: comico umorismo e affini, numero 24, aprile 2022

La figura femminile in posizione oscena in copertina è una scultura romanica posta su un capitello, a lato di una finestra, dell’abside di una chiesa del XII secolo, la Collegiata di San Pedro a Cervatos in Cantabria, decorata anche da altre scene erotiche e grottesche. L’accostamento di sacro e osceno nella declinazione del comico è il filo che tiene insieme gli articoli e gli interventi che Massimo Bonafin segue da sempre e raccoglie in questo libro.
Il primo capitolo è dedicato a Iambe/Baubò nell’Inno omerico a Demetra e nelle successive varianti. L’esibizione oscena della vulva che induce a una risata liberatrice è presente, secondo Bonafin, anche in altre tradizioni folcloriche e letterarie, persino in oriente, nel mito giapponese di Ame-no-uzume che scoprendosi suscita il riso degli dèi e il ritorno della dea del sole e della luce. Questa ricerca delle analogie e delle discrepanze, delle somiglianze e delle differenze tra tradizioni così lontane richiama l’antropologia del riso di Fabio Ceccarelli che l’autore aveva già analizzato in Contesti della parodia. Semiotica, antropologia e cultura medievale (Torino, Utet, 2001).

Un altro riferimento di Bonafin nell’analisi della parodia medievale, in particolare del poemetto eroicomico del XII secolo, il Voyage de Charlemagne, è il meccanismo della burlesca incoronazione e scoronazione del re del carnevale studiato da Bachtin. In questo caso però l’autore suggerisce alcune osservazioni critiche che riconducono la parodia al concetto di coridenti di Ceccarelli, ai comportamenti etologici di dominanza e sottomissione, archetipo presente, secondo l’autore, ad esempio nella scena evangelica dell’irrisione da parte dei soldati di Gesù “re dei Giudei”. Così il carnevale nella cultura cristiana non rappresenta uno sfogo, l’osceno nella parodia dei testi religiosi non è laicismo: i travestimenti, i rovesciamenti, la maschera sono piuttosto, secondo Bonafin, l’indicazione di un altro mondo possibile, il momento in cui il comico attinge al sacro.
Tra gli altri temi del libro – tra i quali il miracolo di santa Agnese nel teatro occitano, il tempo e la durata nelle visioni dei viaggi nell’aldilà, i racconti cinesi di volpi e fate – la disamina del romanzo di Renart la volpe ne costituisce la parte principale. Com’è noto anche ai lettori di questa rivista (cfr. l’articolo di Mattia Cavagna scacchi-amari-gioco-e-violenza-nel-roman-de-renart/), non si tratta di un romanzo nel significato moderno del termine, ma di una raccolta di favole satiriche in antico francese che risalgono ai secoli XII e XIII e che hanno come protagonisti gli animali. I principali sono la volpe Renart, capace delle astuzie e degli inganni più incredibili, il lupo Ysengrin, incarnazione della forza bruta, e la moglie lupa Hersent, e costituiscono una parodia zoomorfa della cavalleria, della vita cortese, di tutta la società feudale e insieme, secondo Bonafin, degli archetipi antropologici dell’inganno, della lotta per la sopravvivenza e della sessualità. La volpe Renart si trasforma continuamente, si tinge di giallo e di nero, si maschera da giullare, si traveste da mago e diventa persino imperatore, sembra morire più volte, ma rinasce sempre di nuovo; è l’archetipo del trikster furfante e dispettoso, insaziabile e randagio, capace di sedurre, di raggirare, soprattutto attraverso l’uso del linguaggio, analizzato dall’autore nei suoi diversi giochi retorici. L’esposizione del contenuto della branche 7 rivela un eccesso di oscenità davvero grottesco: Renart, battuto e rincorso dai monaci del monastero dove aveva mangiato galline a sazietà, prima di nascondersi in un covone, formula una pregheria parodica a base di peti e maledizioni e si rivolge irriverente a Dio al quale chiede di proteggere i malvagi. Al mattino inscena una finta confessione con il nibbio Hubert cominciando a spiegare perché, per pentirsi delle sue malefatte – essendo stato spergiuro, scomunicato, sodomita ed eretico –, non si è fatto monaco («non so parlare latino, e mangio volentieri al mattino», vv. 365-366). Grottesca la descrizione della vita troppo austera dei monaci che però farebbero a gara per copulare con una donna che capitasse in mezzo a loro. A questo segue l’esaltazione dell’organo sessuale della lupa Hersent, il piacere di pronunciare il nome dell’organo femminile e la risposta clericale del nibbio che culmina con «la descrizione grottesca, ripugnante ed esagerata, del suo organo sessuale, fonte della sua lussuria, sempre aperto, pozzo senza fondo» che evoca addirittura la voragine infernale (p. 210); la replica di Renart è la confessione di numerosi crimini a cui seguono altre provocazioni. Il poeta presenta così il completo rovesciamento dei principi della poetica medievale, assegnando l’astuzia al peccatore e affidando al confessore un’identità ambigua resa nell’eccesso della volgarità della parola, vicina – scrive Bonafin – ai temi dei fabliaux.

La traduzione italiana di una parte di questi testi si deve proprio a Massimo Bonafin in Il romanzo di Renart la volpe (1998, branches 1-5a), in Vita e morte avventurose di Renart la volpe (2012, branches 7, 12, 17, 24) e infine in Le metamorfosi di Renart la volpe del 2021 (branches 1b, 23, 22, 11), sempre nella collana Orsatti delle Edizioni.

https://fillide.it/il-comico-il-sacro-losceno-e-altri-nodi-della-letteratura-medievale/

 
Il Sole 24 Ore
Eum Redazione

Nei secoli bui se la spassavano alla grande

Di Franco Cardini, Il Sole 24 Ore, Domenica 27 Marzo 2022 – n. 85, p. IX

«Che sollievo, che sollievo! Siamo fuor dal Medioevo!». Quando i ragazzini del ginnasio diventavano abbastanza grandi da capire certe battute di spirito di una qualche sottigliezza, per farli ridere si usava raccontar loro la “favola ucronica” del 1492: l’anno nel quale era caduta Granada, ultima roccaforte dei mori in Europa, oltre a essere morto a Firenze il Magnifico Lorenzo sigillando con la sua scomparsa la fine di un’era e mentre l’ammiraglio Colombo sbarcava nel Nuovo Mondo inaugurando anche l’età moderna.
Ma era poi davvero finito il Medioevo? I philosophes del Settecento sostenevano di no, che c’era un buio e lungo Medioevo che allungava la sua ombra lugubre anche nei recessi delle violenze e nelle superstizioni moderne; e ai nostri tempi un grande medievista come Jacques Le Goff era d’accordo. Eppure, quei lontani “secoli bui” erano e sono restati fonte inesauribile d’ispirazione estetica e perfino scientifica; e anche di svago, nelle innumerevoli parodie fino a Monty Python e all’Armata Brancaleone.
D’altronde, è ormai abbastanza noto che – a differenza, ad esempio, dell’età vittoriana – l’età medievale in genere non era né granché austera, né granché castigata. Del resto, ai bei tempi del liceo, siamo andati tutti a caccia di novelle scollacciate nel Decameron.
Del resto, c’è ben altro. Massimo Bonafin, austero filologo dell’Ateneo genovese, non solo è tornato sul problema del ridere medievale che tanto piaceva a Umberto Eco, ma ha scandagliato non solo il genere comico e la parodistica bensì anche l’epica e perfino i viaggi nell’Aldilà per scoprire pagine esilaranti nelle quali il divertente e l’osceno s’intrecciano di continuo in un inaspettato caleidoscopio: del resto, già l’onnipresente Alessandro Barbero ci ha sorpreso mesi fa con un libretto nel quale s’indaga sul membro maschile medievale con infinite variabili.
Ci aspetteremmo un ritorno al Medioevo “alto” e “profondo”, quello dei mistici o della vita cavalleresca che profumava di sangue e di rose, se ci rifugiassimo nella poesia trobadorica…

 
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