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Versi vissuti

Poesie (1975-1990)

Edith Bruck, a cura di Michela Meschini

Disponibilità: disponibile

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“Nascere per caso
 nascere donna
 nascere povera
 nascere ebrea
 è troppo
 in una sola vita.”

Note sull'autrice
Edith Bruck è nata in Ungheria nel 1932. Nel 1944 viene deportata ad Auschwitz insieme ai genitori, a due fratelli e una sorella. Sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, dopo varie peregrinazioni in diversi paesi, tra i quali Israele, si stabilisce nel 1954 in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 pubblica il suo primo romanzo autobiografico Chi ti ama così, con il quale dà inizio alla carriera di scrittrice e alla lunga attività di testimone della Shoah. Seguono i racconti Andremo in città (Lerici, 1962), da cui il marito Nelo Risi trae il film omonimo, e oltre venti opere di narrativa e poesia, fra cui Le sacre nozze (Longanesi, 1969), Mio splendido disastro (Bompiani, 1979), Lettera alla madre (Garzanti, 1988), Nuda proprietà (Marsilio, 1993), L’attrice (Marsilio, 1995), Signora Auschwitz (Marsilio, 1999), Quanta stella c’è nel cielo (Garzanti, 2009), adattato per il cinema da Roberto Faenza, La donna dal cappotto verde (Garzanti, 2012) e La rondine sul termosifone (La nave di Teseo, 2017). È stata tradotta in molte lingue e ha ricevuto vari premi letterari, fra cui il ‘Rapallo Carige’ e il ‘Viareggio’. Ha scritto anche per il teatro, la televisione, la radio e il cinema e ha tradotto, fra gli altri, Attila József e Miklós Radnóti.

Indice
Michela Meschini, Rinascere nella parola. Prospettive critiche sulla poesia di Edith Bruck

Paolo Steffan, «In agonia in amore»

Nota ai testi

Il tatuaggio (1975)
Presentazione di Giovanni Raboni
Nota dell’Autrice
I
Nascita
Adozione
Infanzia
Amica sorella compagna nemica
Arrivo
Immagini omicide
L’uguaglianza padre!
Quel pensiero
Fratello mio
C’era una volta
Il prezzo di una patria
Va pure
II
Paralitica
Non fischi più nel bagno
Ti nascondi
Mi arrendo
Parliamo madre
Sorella Zahava
Non ho scampo
Sono il tuo prigioniero
Abbiamo perso
Ogni volta che esci di casa
Non sono la bambina
Se non ti preoccuperai di me
Quando mi accorgerò
I tuoi sbagli
Forse hai ragione tu
Quello che accade
Che venga
Guai a me
Posso fare l’amore
Non mi riconosco più
Sono umida terra
Se per esperienza
Cosa ci succede?
Ancora un passo poi
Nel mio nido solitario
Solo solo solo
Intorno a me
Non mi lamento più
Perché sarei sopravvissuta?
Sto rannicchiata
Ho attraversato
Ogni giorno
Vita
Nell’incavo degli occhi
Una volta
Mendicante d’affetti
Meglio tacere

In difesa del padre (1980)
In difesa del padre
Il tuo grembiule
Guardo la mia altra vita
A uno
C’è chi colleziona farfalle
Sembra che esisto
Sabato nessuno
Ascoltare se stessi
Ti rivedo nel tentativo
Dai rumori
Vieni
Madre pensavo al tuo sesso
Eravamo in otto
Ogni inizio è già la fine
C’è il mare
Spalmatemi d’olio di sesamo
Senza occhiali
La solitudine è profonda
Sulle palpebre
Nascere per caso
Che mi vengano pure malattie e sciagure
C’è il sole
Un corpo di donna
Conto i giorni
Mi mancano quel gesto dal cortile
Ancora c’è tempo
Ho imparato ad amarti
Io e te
Nominarti
Finalmente mi appartieni
La prima volta
Sono con me
Quando in piena notte
Se non fossero morti
Ho i sensi tiepidi
Vivere qui o altrove
Non ho più paura
Il potere non s’addice
Sono fragile
Crescono come selvaggi dicevi
Rileggere correggere
A occhi asciutti
So che c’è
Lascia che accarezzi i tuoi capelli radi
Tra le mie cose
Da anni
Ho sentito dei passi
Dammi la mano
I suoi ossicini mi commuovono
Tutto il peso
Mia madre era una santa
Con chi parlavi
Vorrei dire
Mi aggiro tra una folla nuova
Non importa per me
Lontano
Un meccanismo
Tra non molto
Nel sospiro di mia madre

Monologo (1990)
Ditemi
American express
L’ultima visita
Svendesi
Lentamente
Pensieri
Vivo?
Dicembre 1986
Moralità
Serie compleanno
Lo faccio per te
Avevi ragione
Col tempo
Ricordo di Ila
Incontro
Soliloquio
Nevrosi
Scommetterei
Ai miei gatti
Ninna nanna
Avanti
Preghiera
Vita!
Noi
Forse
Lo svago
I nuovi comandamenti
Anch’io
Impressione
Meditazione
Ho incontrato Dio
Il segno
Ininterrottamente
Taci
Assenza
Un giovedì
Tutti uguali

Nota dell’Autrice
Postfazione dell’Autrice a Monologo

Edith Bruck, Postfazione al volume

  • Codice ISBN 978-88-6056-558-7
  • Codice ISSN (print) 2532-165X
  • Numero pagine 243
  • Formato 12X16,5
  • Anno 2018
  • Editore © 2018 eum edizioni università di macerata
Scaffale
Eum Redazione

Per la rubrica "Scaffale" in onda all’interno di "Buongiorno Regione Marche" il 30 gennaio 2019 Maria Francesca Alfonsi ha segnalato il volume “Versi vissuti. Poesie (1975-1990)” di Edith Bruck, a cura di Michela Meschini.

Guarda la puntata (min. 24.00 ca)
https://bit.ly/2Bwo1rZ

 
Corriere Adriatico
Eum Redazione

Giorno & Notte, Corriere Adriatico, 27/01/2019

Oggi a Porto San Giorgio
"Versi vissuti" di Edith, testimone di Auschwitz

«Nascere per caso, nascere donna, nascere povera, nascere ebrea è troppo in una sola vita». Sono le parole di Edith Bruck, scrittrice e giornalista sopravvissuta ad Auschwitz. Una raccolta delle sue poesie sarà presentata oggi, domenica 27, alla Società operaia di mutuo soccorso di Porto San Giorgio. "Versi vissuti. Poesie (1975-1990)" è il titolo del volume edito dalla casa editrice Università di Macerata che sarà introdotto dalla curatrice Michela Meschini. La voce recitante è di Milena Pantaloni. Edith Bruck è nata in Ungheria nel 1932. Nel 1959 pubblica il suo primo romanzo "Chi ti ama così", con il quale dà inizio alla carriera di scrittrice e all'attività di testimone della Shoah.

 
Billy, il vizio di leggere
Eum Redazione

Edith Bruck presenta il suo libro "Versi vissuti. Poesie (1975-1990)", a cura di Michela Meschini, a Billy, il vizio di leggere, Tg1, domenica 30 dicembre 2018. L'intervista è di Virginia Lozito.

https://bit.ly/2UVCO75

 
Fahrenheit
Eum Redazione

Nel Caffè letterario della Nuvola di Roma durante la Fiera della Piccola e Media Editoria: Più libri, più liberi Loredana Lipperini e Tommaso Giartosio intervistano Edith Bruck, che presenta i suoi "Versi vissuti (Poesie 1975-1990)", a cura di Michela Meschini.

https://bit.ly/2teqJxQ

 
Robinson
Eum Redazione

Robinson, la Repubblica, 4 novembre 2018

Dissero a noi ragazze che ci avrebbero dato razione doppia se avessimo portato dei giubbotti ai soldati che stavano alla stazione. Non ce la feci a sostenere il peso. Una parte la gettai nella neve. Le altre fecero come me. Un tedesco chiese chi era stato a buttarli. Nessuna rispose. Quello minacciò che avrebbe ucciso una di noi ogni minuto. Feci un passo avanti. Lui cominciò a picchiarmi. Mia sorella gli si gettò contro, eravamo a terra. Ci abbracciammo, convinte di essere morte. Il soldato si fermò e disse: "Se oggi due puzzolenti ebree hanno il coraggio di mettere le mani addosso a un tedesco, allora solo per questo coraggio meritano di sopravvivere"
Scrittrice e poetessa ungherese naturalizzata italiana, è nata in Ungheria nel 1932. Il suo ultimo libro è "Versi vissuti. Poesie (1975-1990)" pubblicato da Eum edizioni.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/11/04/auschwitzedith-bruck36.html?ref=search

 
Avvenire
Eum Redazione

La Eum di Unimc e Edith Bruck ospiti alla Fiera «Più libri più liberi»

di Giuseppe Luppino, Avvenire, 18/12/2018

Alla Fiera nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi” di Roma la Eum – Edizioni Università di Macerata, venerdì 7 dicembre, in una sala gremitissima, ha presentato il volume ”Versi vissuti. Poesie (1975–1990)” di Edith Bruck, a cura di Michela Meschini. Sono intervenute l’autrice, la curatrice che è ricercatrice presso l’Ateneo maceratese, e la professoressa Rosa Marisa Borraccini, presidente Eum, che ha tenuto a precisare che con questo volume si è inteso «dare spazio a una voce che – come Eum – vogliamo torni a farsi sentire».
«La ricchezza della poesia di Edith – ha detto Michela Meschini – è in gran parte contenuta nel cortocircuito che si crea, attraverso uno stile elegante e per niente prosastico e con un linguaggio di una forza lancinante, fra il dolore e la rinascita».
E proprio su questo aspetto ha impostato l’intervento la stessa Bruck: occasioni e possibilità di testimonianza le hanno permesso di sopravvivere dopo la terribile esperienza di Auschwitz, «ed è, ogni volta, come una rinascita». Bruck si è detta «contenta di aver pubblicato questo libro con la casa editrice universitaria maceratese, piuttosto che con grandi editori: è come se mi stesse portando fortuna – ha aggiunto – perché in tanti mi cercano, mi invitano; è un nuovo nato, ed esso mi riporta alla vita».
La Fiera si è svolta dal 5 al 9 dicembre 2018 nel nuovo centro congressi della capitale, ”La Nuvola”. L’editrice dell’Ateneo ha anche esposto le proprie novità editoriali presso uno stand condiviso con le Upi–University Press Italiane. La storia di Eum nasce nel 2004, quando un Decreto rettorale istituì il Centro edizioni dell’Università di Macerata. La sigla è divenuta poi marchio editoriale, la cui adozione ha permesso di contraddistinguere nel tempo parte della produzione scientifica dell’Ateneo, agevolandone la disseminazione, garantendone la qualità e consentendo di mantenere la proprietà dei diritti d’autore degli elaborati scientifici, nonché la natura delle collane all’interno delle quali le opere sono pubblicate. Il materiale è pubblicato, secondo quanto richiesto dagli autori, o in forma tradizionale cartacea, o in versione elettronica (pdf, e–pub, e–book, mobi). Informazioni su: http://eum.unimc.it/it

 
La Bottega di Hamlin
Eum Redazione

"Troppo in una vita sola. Il cuore tatuato di Edith Bruck"

di Giorgio Cipolletta, La Bottega di Hamlin, 4 dicembre 2018, https://www.labottegadihamlin.it/2018/12/04/recensione-edith-bruck/

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (Primo Levi)

Edith Steinschreiber nasce in una numerosa famiglia ebrea Tiszabercel (Tiszakarád), un piccolo villaggio ungherese ai confini dell’Ucraina. Nel 1944 la sua famiglia, compresi i suoi genitori, i suoi due fratelli, e una delle sue sorelle, è deportata ad Auschwitz. Edith e la sorella Elizabeth sopravvivono, passando da Auschwitz a Dachau, Christianstadt, e Bergen-Belsen, dove sono liberate dagli Alleati nel 1945. Rimasta orfana dei genitori a soli 12 anni, Edith Bruck torna in Ungheria dove si riunisce al fratello Peter (anch’egli sopravvissuto) e alle altre loro sorelle. Dal 1954 si stabilisce in Italia dove conosce Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi e stringe amicizia con Primo Levi. Attraverso l’opera Chi ti ama così (Lerici, Milano 1959), Edith Bruck inizia la sua testimonianza dell’Olocausto adottando la lingua italiana, un distacco emotivo che le permette di ricordare, malgrado tutto. A Roma inizia anche un lungo e intenso sodalizio sentimentale e artistico con il poeta e regista Nelo Risi.

Leggere Edith Bruck è un mal di stomaco atroce. L’esponente della scuola di Francoforte Theodor Adorno ci ricorda che scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia. Ma proprio dalla forza “curatrice” della poesia ripartiamo, quella di Edith Bruck e dalla raccolta Versi vissuti, edita dalla casa editrice dell’Università di Macerata (eum).

Ad aprire il volume troviamo una prospettiva critica della prof.ssa Michela Meschini e una prefazione di Paolo Steffan. Questa riedizione nasce dall’incontro nel 2017 a Macerata Racconta (il festival dell’editoria marchigiana) con la curatrice del volume, dove Edith Bruck presenta il suo ultimo romanzo La rondine sul termosifone (La nave di Teseo, Milano 2017). Nell’introduzione del volume la curatrice ci fa entrare silenziosamente e con delicatezza fin dentro le scorie e le ferite della poetessa ebrea-ungherese. Ogni suo verso è un sasso nello stomaco e un tatuaggio nella mente che rimane cucito, impresso come quel numero che la stessa Bruck portava con sé nel martirio di Auschwitz. Il volume riedita le tre raccolte della poetessa così suddivise: Il tatuaggio (1975), In difesa del padre (1980) e Monologo (1990). Queste poesie sono state scritte in un breve, ma intenso arco di tempo che va dal 1975 al 1990. Quindici anni, in cui la mancanza si è fatta fonte di rivelazione, di intimità, confidenze, memorie, ferite e resurrezione. Il trauma “sversa” dentro la solitudine e il corpo si fa verso vissuto.
Riflettere sulle parole della poetessa ungherese è come una sorta di resurrezione dalle ceneri, dalle macerie, dalla morte e dalla distruzione. Nascere per caso, nascere donna, nascere ebrea è troppo in una vita sola[1]. Questi versi racchiudono il dolore lancinante dei cani e il macigno della memoria, una scia scura di fumo nero. Una memoria “annerita e bruciacchiata” che si vorrebbe cancellare, con tutto il suo orrore e la sua crudeltà, invece è lì, impressa e tatuata come bocca incenerita. Le parole riempiono con dolore un vuoto assente, che brucia, ferisce come filo spinato.

Le tre raccolte contengono la grafia di una vita spogliata, di una solitudine profonda, dentro ad un grembo materno buio e silenzioso, dove la vita non nasce e la morte è l’unico afflato possibile. Il ricordo fa della testimonianza l’unica fossa traumatica dove la storia ha gettato il suo peso e le sue colpe. Le parole risorgono, urlano sulla violenza taciuta dall’ira funesta. La memoria ha voce di madre “perduta”, frenata dal tempo assassino, mentre le immagini rievocate hanno corpi tatuati, e slavati. L’anima si sente tradita, torturata, glabra, e la forma sparisce ferocemente dietro al suo contenuto. Nausea e indigestione si riversano e soffocano verso un amore rinnovato con cuore paralitico, a metà, sospeso, verme affamato e contenitore di mancanza. Ancora corpi martoriati, messi a vergogna, corpi disprezzati, condannati a morte. Acuto dolore penoso, terribilmente tormentoso nel buio delle notti senza fine.

Le parole di Edith Bruck non ci lasciano scampo. La cifra stilistica è un’eco che non dimentica, continua speranza. Scrivere diviene pane quotidiano, ossigeno di vita, esigenza del corpo e bisogno della mente, morale, etica ed estetica. Un battere della macchina da scrivere come terapia. Aver vissuto a quell’inutilità di dire, di parlare, di contare i giorni, muta verso la faticosa memoria di ricordare, di trasmettere agli altri l’ingiustizia. Le parole della poetessa sono artigli che sfiorano la pelle. Edith Bruck non ci consegna una via di fuga, bensì una “colpevolezza cosciente”, dove testimonianza è sopravvivenza e memoria è cicatrice, mentre la parola si fa rinascita e capacità di amare. La poesia di Edith Bruck è riflessiva, intima e civile. La lingua italiana con cui scrive queste poesie si fa “lingua-protetta-testimone”, armatura e corazza, lingua sradicata da quella materna (l’ungherese) con cui non avrebbe mai potuto testimoniare e ricordare “quella non-vita”. La vita smisura la sua condizione vitale, superando qualsiasi dolore e come fenice si innalza e grida resurrezione. Poesia è responsabilità. L’intimità “ferita” ci rende grazia. Le parole della poetessa sono raggi di luce sulle stigmate della propria storia che si fa grafia. Autobiografia “sporca”, piena, esangue, coraggiosa, dove il marchio del lager, feroce e ferente ci restituisce una seconda vita. Voce (quella di Edith) capace di vivere come donna, agonia d’amore e partoriente di umiltà. Parole s-piegate che entrano dentro terribilmente, ma che i tempi contemporanei, ahimè, non accettano, perché dimenticano. Purtroppo l’odio ancora si mantiene in forma nel nostro secolo e con quanta facilità supera gli ostacoli, e l’acutezza del cecchino che guarda risoluto al futuro[2]. C’è però chi non dimentica nell’inafferrabile vortice magro dell’esistenza. Il peso del vissuto reagisce, si dimena, urla, strazia, e silenzioso compone. Il tempo è unico, ma i tempi della sofferenza sono differenti, allungano la loro coda sporca e arida, magra e fragile, mentre la storia perseguita la parola, la schiaccia, la disintegra e la contorce. Un’eredità atroce per l’essere umano, che continua a dimenticare e ricomincia, ma scrivere resta un atto politico[3].

Vorrei dire
vorrei dire ancora
vorrei parlare
dell’inutilità
di dire[1].

Alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri più liberi di Roma le eum – edizioni università di macerata presenteranno il volume Versi vissuti. Poesie (1975-1990) di Edith Bruck, a cura di Michela Meschini. Venerdì 7 dicembre alle 11.30 in Sala Giove interverranno l’autrice, la curatrice e Rosa Marisa Borraccini.

[1] Bruck E. (2018) Versi vissuti, eum, Macerata, p. 140.

[2] Szymborska W. (2009), L’odio, in La gioia di scrivere, Adelphi, Milano.

[3] Risi N. (1966), Dentro la sostanza, Mondadori, Milano.

 
Noi Donne
Eum Redazione

Di Guendalina Di Sabatino, “Edith Bruck, l'impossibilità (e il dovere) di non dimenticare Auschwitz”, Noi Donne, http://www.noidonne.org/articoli/edith-buck-che-ha-auschwitz-come-coinquilino.php

Edith Bruck, l'impossibilità (e il dovere) di non dimenticare Auschwitz

Sono in libreria le poesie di Edith Bruck raccolte nel volume “Versi Vissuti” (eum 2018), curato da Michela Meschini. Venerdì 26 ottobre presentazione a Teramo (Archivio di Stato)

Mercoledi, 24/10/2018 - Edith Bruck ha pubblicato oltre venti opere in prosa: romanzi, memoirs, opere teatrali, ora sono in libreria le poesie raccolte nel volume “Versi Vissuti” (eum 2018), curato da Michela Meschini, docente nell'Università di Macerata. I versi delle tre sillogi “Il Tatuaggio”, “In difesa del padre”, “Monologo”, scritti dal 1975 al 1990, consegnano al mondo la condizione difficile della sopravvissuta: / … E quando avrà termine / questa missione? / Sono stanca della mia / presenza accusatrice, / il passato è un’arma / a doppio taglio / e mi sto dissanguando...".
Il dovere di non dimenticare è la condanna a ricordare che la costringe al ruolo di “testimone”.
Per Edith Bruck la memoria è gestazione di un dolore implosivo: “Chi ha Auschwitz come coinquilino devastatore dentro di sé, scrivendone e parlandone non lo partorirà mai”, scrive in “Signora Auschwitz”. L’indifferenza, il rifiuto verso “gli avanzi di ghetto, di lager nazisti”, il negazionismo sono le spine dolorose nella carne della testimonianza nei suoi libri e nelle sue poesie: “la carta sopporta parole che neppure lontanamente immaginiamo". Contro l’oblio che insidia l’umanità, la scrittrice privilegia i giovani nella consegna della memoria. I misfatti incredibili del genocidio nazista, compiuti nel cuore della civilissima Europa, negli anni della seconda guerra mondiale, sono accadimenti che possono ritornare : “… le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”, scriveva Primo Levi, l’amico-fratello di Edith Bruck.
La memoria sensibilizza, attiva la profondità del pensiero che costruisce la coscienza critica delle nuove generazioni nella consapevolezza di essere partecipi di una realtà storica di cui possono rovesciare o conservare le sorti. “Solo il bene è profondo e può essere radicale. Il male… sfida il pensiero... invade e devasta il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo...”ammoniva Hanna Arendt. Il ritorno dai campi di sterminio è il ritorno alla vita che ricomincia nel nome della madre morta ad Auschwitz insieme al padre e al fratellino. La figura materna nei romanzi e nelle poesie colma l’assenza della perdita e nell’essenza dei versi si staglia come guida, come radice, come ventre, come motivo di rinascita: “Madre… /… in agonia in amore / e in un doloroso orgasmo / ho partorito me stessa.”… Dalla rinascita, “sono rinata / dalle ceneri / come la fenice”, alla nascita in una numerosa, povera, innocente famiglia di ebrei ungheresi, le sillogi condensano riflessioni scritte in tempi diversi: “Nascere per caso / nascere donna / nascere povera /nascere ebrea / è troppo / in una sola vita".
La poesia di Edith Bruck, scrive Michela Meschini, è “una poesia riflessiva, intima, senza essere intimistica, civile senza essere politica”. Eppure essa si inscrive nell’alfabeto della politica umana che risponde al razzismo mai sopito in Europa e nel pianeta costruendo il bene nel reciproco rispetto con ogni diversità e credo. “Se tu vedessi il mondo mamma, preferiresti morire. Ma neanche la morte ha valore. I morti di ieri non hanno riscattato il diritto alla vita dei vivi. Tutto è come prima di Auschwitz” (Lettera alla Madre, Garzanti, 1988).
Edith Bruck è nata in Ungheria. Vive in Italia dal 1954 dove ha conosciuto e sposato il poeta Nelo Risi scomparso nel 2015. Nello struggente memoir “La rondine sul termosifone” (La Nave di Teseo, 2017) racconta l’estrema esperienza d’amore, speranza, dolore per tenerlo in vita il più a lungo possibile nella malattia che lo aveva relegato nell’oblio.
Edith Bruck nella sua lunga carriera ha ricevuto una decina di premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra le sue traduzioni ricordiamo Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.
Il prossimo 21 novembre, l’Università Roma Tre le conferirà la laurea honoris causa in Comunicazione.
Edith Bruck ritorna a Teramo per l’onorificenza dell’Ordine al merito dell’Ateneo “Guido II degli Aprutini” che l’Università degli Studi di Teramo le conferirà insieme a Emma Bonino. Il titolo onorifico, voluto dal Magnifico Rettore Luciano D’Amico, sarà consegnato ad entrambe nella cerimonia di sabato 27 ottobre alle ore 9:30, nell’Aula Magna “Benedetto Croce”. Un ritorno per un importante riconoscimento Accademico nella città che le assegnò il Secondo Premio Teramo con il racconto “Il cavallo” nel 1960, l’anno dopo la pubblicazione del suo primo romanzo autobiografico “Chi ti ama così” (Marsilio). Nell’occasione, venerdì 26 ottobre, alle ore 17:00, nella sala conferenze dell’Archivio di Stato, Edith Bruck, molto attesa, incontrerà la cittadinanza e le nuove generazioni. A queste ultime, da circa vent’anni, testimonia l’orrore vissuto nei lager nazisti negli appuntamenti organizzati dal centro di cultura delle donne “H. Arendt”, impegnato con la Scrittrice a mantenere viva la memoria della Shoah.

http://www.noidonne.org/articoli/edith-buck-che-ha-auschwitz-come-coinquilino.php

 
il venerdì di Repubblica
Eum Redazione

Nelle poesie di Edith Bruck il lager non è solo memoria

di Massimo Raffaeli, Recensioni d’autore, il venerdì di Repubblica, 6 luglio 2018, p. 86.

Perdita irreparabile o incubo ancora quotidiano, Auschwitz è il tema dominante della testimonianza in versi della scrittrice italo-ungherese.

(…) La lingua di Bruck è scabra, essenziale, il suo tratto è lineare ma molto prossimo alla verticale lancinante della poesia, per antico amore ai campioni della lingua materna (sua è la splendida versione da Attila Joszef che uscì da Mondadori nel 2002) come per la pluridecennale prossimità a Nelo Risi, il compagno della sua vita. Dunque non deve stupire che Bruck, nel baricentro del percorso, abbia pubblicato ben tre raccolte poetiche a partire da in titolo emblematico, Il tatuaggio (’75), che oggi con encomiabile iniziativa studenti e docenti dell’Università di Macerata raccolgono in un unico volume, Versi vissuti. Poesie 1975-1990 (a cura di Michela Meschini, eum) (…)

http://www.repubblica.it/venerdi/

 
il manifesto
Eum Redazione

Il male della Storia è una solitudine cantata

di Francesca Romana Recchia Luciani, 08.06.2018

SCAFFALE. «Versi vissuti», la raccolta poetica di Edith Bruck con testi dal 1975 al 1990, a cura di Michela Meschini. Con le sillogi «Il tatuaggio», «In difesa del padre» e «Monologo» Edith Bruck, ungherese, deportata ad Auschwitz tredicenne, con i genitori, due fratelli e una sorella, fortunosamente scampata alla morte, ma non alla decimazione dei suoi cari, sceglierà dopo il 1954 l’Italia come il paese d’adozione e dell’amore, avendo lì incontrato e sposato il regista e poeta Nelo Risi.

AUTRICE NOTA in Italia soprattutto come testimone straordinariamente sincera e limpida del genocidio ebraico che ha raccontato, insieme ad altri temi ricorrenti, in racconti, romanzi, raccolte poetiche, testi per il teatro, la televisione, la radio, il cinema, scritti nella sua seconda lingua, l’italiano. Idioma, adottato e amato come il paese scelto per vivere, ma che resta pur sempre quella «lingua non sua» la quale, tuttavia, in virtù di tale non appartenenza, divergenza consustanziale tra pensiero ed espressione, le consente di tenere a distanza, nella scrittura, quell’incandescenza dolorosa e angosciante del ricordo, della memoria privata-pubblica che riattiva nel tempo il dolore della perdita, scandaglio onnipresente nei suoi componimenti poetici. Ricompaiono oggi con il titolo «Versi vissuti» (Edizioni Università di Macerata, pp. 243, euro 14), meritoriamente raccolte in un unico volume con perizia e passione da Michela Meschini, tutte le poesie pubblicate tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, uscite originariamente in tre piccoli volumi oggi introvabili: «Il tatuaggio» del 1975, «In difesa del padre» del 1970 e «Monologo» del 1990.

IN QUESTO PREZIOSO LIBRO il corpus poetico, intensamente autobiografico, di Edith Bruck trova finalmente una casa, la dimora per i suoi «versi vissuti», in cui l’assenza di odio e di rivalsa per il male subito, si riconnette all’amore incondizionato per il mondo che le fa sentire profondamente il proprio dolore come un frammento, non più significante di altri, del dolore del mondo, consentendole, per tale via, di dare valore e spessore alla sofferenza altrui oltre che alla propria. Nella costellazione poetica di Edith Bruck, infatti, la macrostoria è la scena in cui l’orrore, la violenza e la malvagità umana che si abbattono sui singoli individui, sino a stritolarli, s’intrecciano con le microstorie personali e quotidiane, quelle dell’abbandono e della solitudine, che ella può rischiarare grazie alla frequentazione attiva con una memoria mai completamente privata né per questo solo pubblica.
Universo simbolico in cui, come in un gioco di specchi, si rifrangono le parole di altre autrici, di altre donne, di altre ebree come Hannah Arendt, Simone Weil, Etty Hillesum, Edith Stein, tutte in un modo o nell’altro segnate dalla catastrofe della Shoah.

SE DUNQUE l’intenzione che anima queste poesie è quella di «poetare il male» lo scopo può essere raggiunto anche grazie alla solitudine cantata, dimensione intima per eccellenza, che scaturisce da una ferita irrimarginabile, da una perdita senza recupero, da un’assenza intesa come dimensione fisica e metafisica, logica e ontologica, storica ed esistenziale.
Il dolore privato, dunque, funge da detonatore per rammemorare l’immensa sofferenza collettiva, e non c’è sacrilegio in questo annodarsi del patimento amoroso con la perdita ultima e irrimediabile della propria famiglia, quasi interamente inghiottita dal male totalitario, non c’è sacrilegio nel chiamare il dolore col suo nome: «Non mi riconosco più/ io che sotto i fari/ avanzavo rasente i muri/ io che per un pugno/ di pane rischiavo la vita/ non mi riconosco/ oggi che ho tutto e niente/ senza di te».
Così quei «dolori che col tempo maturano e danno i loro frutti in versi», come ella stessa si esprime in quella lingua «non sua» che diviene la cifra del suo poetare e che produce l’effetto di rendere visibile, leggibile il mondo invece di evocarlo; danno anima a un linguaggio quotidiano, «terra terra» direbbe Wittgenstein, che funziona come microscopio sulla vita individuale e come telescopio rispetto alla fatticità storica.

POESIA COME PONTE gettato dalla memoria al presente, dalla storia al quotidiano, dall’io al noi che ripercorre il martirio subito tra Auschwitz, Dachau e Bergen Belsen, nel ricordo assillante di una madre e di un padre perduti per sempre, danno irreparabile e permanente che aiuta a scovare e rivelare il «male di mondo».
Per chi parla Edith Bruck? A chi dà voce la sua lingua poetante? A loro, a «noi»: «per noi sopravvissuti/ è un miracolo ogni giorno/ se amiamo, noi amiamo duro/ come se la persona amata/ potesse scomparire da un momento all’altro/ e noi pure. E ogni sofferenza/ fa parte di una unica/ che pulsa col nostro sangue./ Noi non siamo gente normale/ noi siamo sopravvissuti/ per gli altri/al posto di altri./ La vita che viviamo per ricordare/ e ricordiamo per vivere/ non è solo nostra./ Lasciateci…/ noi non siamo soli».

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