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La scrittura, il cervello, e l’era digitale Mostra a grandezza intera

 
 

Informazioni

La scrittura, il cervello, e l’era digitale

Picchione John

Note sul testo

Quali sono gli effetti della tecnologia elettronica sulla scrittura, la letteratura, le sue pratiche pedagogiche, e sullo sviluppo stesso del sistema neuronale? Il volume affronta questi e altri interrogativi da una pluralità di prospettive che fanno leva sul pensiero filosofico, gli orientamenti della critica letteraria, gli apporti delle neuroscienze, e i legami tra le istituzioni scolastiche e i valori sociali generati dalla logica economica e dalla cultura materiale. Gli attuali rivolgimenti antropologici sono esaminati dall'ottica dell'interiorizzazione delle nuove tecnologie e delle spinte dell'alfabeto e della sua cultura umanistica verso zone periferiche. In ambito didattico sono evidenziati l'indebolimento cognitivo, il deterioramento delle abilità analitiche e delle competenze concettuali e performative. Di fronte al crescente impoverimento culturale, il volume promuove una letteratura impegnata a suscitare nei giovani un orientamento di resistenza, un senso critico nei confronti delle tecnologie e delle costruzioni sociali delle identità individuali e collettive.

Note sull'autore

John Picchione è docente di letteratura e cultura italiana moderna e contemporanea presso la York University (Toronto, Canada). Si occupa principalmente di poesia e narrativa del '900, movimenti d'avanguardia, e teoria della letteratura. Tra le sue numerose pubblicazioni, il volume The new avant-garde in ltaly: theoretical debate and poetic practices, premio 2004 della American Association of ltalian Studies, e il recente Edoardo Sanguineti: literature, ideology and the avant-garde (in collaborazione). Nel catalogo Eum figura già un altro suo libro: Dal modernismo al postmodernismo: riflessioni teoriche e pratiche della scrittura (2012).

Indice

Nota editoriale e ringraziamenti

La tecnica nell’era digitale: per un orientamento generale

Tecnica, neuroni, e apprendimento

Era digitale, informazione, e democrazia

Scrittura, letteratura, e media elettronici

Scuola e cultura manageriale

Le responsabilità degli studi letterari

Evoluzioni bio-antropologiche e trasformazioni identitarie

Riferimenti bibliografici

Indice dei nomi

  • Codice ISBN 978-88-6056-459-7
  • Numero pagine 98
  • Formato 12X16,5
  • Anno 2016
  • Editore © 2016 eum edizioni università di macerata
Il cervello e l'era digitale. Una potenza pericolosa
Eum Redazione

di Giuseppe Porzi, Corriere Adriatico, 14 luglio 2017

La tecnologia digitale? Una potenza pericolosa, altro che neutra: capace di manipolare l'uomo, renderlo più docile a chi sa accendere la sua reattività e tacitare la sua capacità logica. Nel libro “La scrittura, il cervello e l’era digitale” John Picchione, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Toronto, delinea un futuro più incubo che sogno. Il volume, edito da Eum, le edizioni dell’Università di Macerata, non fa guerra alla modernità ma scava nel rapporto uomo-tecnologie digitali.

La capacità di astrazione
Secondo Picchione queste trasformano la relazione dell’uomo col mondo e modificano la struttura stessa del cervello. Partendo dalla scrittura lo studioso spiega come le civiltà alfabetiche usino sequenze lineari coerenti e il cervello organizzi la realtà secondo logiche visibili nella linea stessa della scrittura. Da questa organizzazione l’uomo attinge la capacità di astrazione, la definizione di sistemi legislativi; lo stesso monoteismo deriva dall’invenzione dell’alfabeto. I media elettronici, al contrario, sfruttano una simultaneità che non gerarchizza e induce una relazione. La simultaneità, la rapidità sgretolano le capacità analitiche e mutano i processi cerebrali.

Il cervello, una struttura
Il cervello, spiega lo studioso, non è una macchina, ma una struttura; la plasticità e la rapidità dei mezzi elettronici non si affidano a sue nuove funzioni o a sue parti diverse, ma lo trasformano biologicamente: di qui i problemi di concentrazione e attenzione dei dipendenti digitali. Come mostrano le risonanze magnetiche, l’attività dei neuroni messe per la prima volta davanti a mezzi elettronici subisce un notevole incremento rispetto a chi è dedito alla lettura, salvo poi declinare subito appena l’attività digitale diventa routine. Tali effetti sono riconosciuti dagli stessi esperti di tecnologie digitali come Linda Stone, che ha lavorato in Apple, secondo la quale la contemporaneità causa disturbi di attenzione e riduce la capacità di eliminare informazioni ridondanti. L’era digitale predispone al multitasking per essere sempre connessi e fa vivere in una perenne allerta, rendendo però incapaci di dedicare tutta l’attenzione a un fatto o a un compito precisi. Quest’ansia da connessione emerge in uno studio del 2014 condotto in varie università tedesche secondo cui gli utenti di Facebook con un alto tasso di assuefazione manifestano una paura del distacco e dell’abbandono.

Disuguaglianza in crescita
Infine, il futuro secondo il libro: le concentrazioni delle grandi società di tecnologie digitali sono avvenute con le logiche capitalistiche del passato, dando l’illusione che l’espansione della connessione corrisponda a una maggiore democrazia. In realtà, negli ultimi 30 anni sono cresciute le disuguaglianze, è calata la partecipazione democratica. A fronte di ciò è aumentato il controllo per motivi di sicurezza; «e il controllo e le strategie di marketing sono diversi dai principi della democrazia», conclude Picchione. Il quale non dà antidoti, ma diagnostica una malattia contro cui è bene conservare una sana, vecchia capacità analitica

La recensione è disponibile anche nella sezione download

 
Acme – Annali della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano
Eum Redazione

di Alfredo Luzi, Acme – Annali della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano, v. 70, n. 1 (2017), pp. 181-183

John Picchione, docente di Letteratura italiana all’università di York (Toronto) e noto studioso dell’avanguardia letteraria italiana e della cultura contemporanea, ha raccolto in questo volume le sue riflessioni sul rapporto della letteratura con le nuove tecnologie comunicazionali in una società di massa fortemente digitalizzata.
In una prospettiva interdisciplinare in cui s’intersecano letteratura, sociologia, biologia, neurolinguistica, didattica, egli affronta la questione fondamentale, ai nostri giorni, dei mutamenti apportati dai nuovi media nel sistema ricettivo del cervello umano, e, di conseguenza, sulla dinamica culturale, sulle modalità di apprendimento, sulle identità valoriali e, infine, sul ruolo della letteratura.
Come ha dimostrato McLuhan, i media hanno intaccato le strutture della civiltà della scrittura che resta comunque, secondo Ong, l’evento di maggiore importanza nella storia delle invenzioni tecnologiche, e il fondamento secolare su cui si sono sedimentate le culture dei paesi più civilizzati.
Oggi, invece, siamo in presenza di una globalizzazione della cultura dello spettacolo, favorita dal dominio dell’esperienza visiva che produce i suoi deleteri effetti sulla percezione del sé e sulle modalità gnoseologiche.
La tv, gli iPad, internet, la connessione telematica vasta e continua, hanno modificato le categorie spazio temporali trasformando il soggetto in homo videns, la cui comunicazione è immersa nell’istantaneità e nella ubiquità.
Ma accelerazione e dilatazione dei processi cognitivi che, sul piano culturale, si configurano come una omogeneizzazione equivalente alla globalizzazione economico-finanziaria, determinano una riduzione delle capacità ermeneutiche del messaggio scritto e nel contempo un abbandono della lettura e della letteratura.
L’uomo contemporaneo, sottoposto ad uno stress visivo e ad una “coventrizzazione” informativa, caratterizzata dalla frammentazione e dall’occasionalità, non riconosce più l’importanza della lentezza e della complessità che sono alla base dei processi cognitivi, avviandosi inesorabilmente verso una condizione di “illetteratismo”.
Questo cumulo indistinto di stimoli incide sulla plasticità del nostro cervello che subisce continue modifiche neuronali, con conseguenti disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento. La frammentazione informativa del sistema mass-mediatico si riflette così sui processi cognitivi del soggetto.
A conferma di ciò Picchione adduce la testimonianza di illustri scienziati come il neuroplastico Norman Doidge («Molti dei danni provocati dalla televisione e altri media elettronici, come i video musicali e giochi al computer, derivano dai loro effetti sulle capacità di attenzione», p. 29) e lo studioso behaviorista Gary Small che mette in guardia sul fatto che le attività sviluppate tramite la Rete incidono negativamente sui processi riflessivi della nostra mente, sulle capacità mnemoniche, sulle abilità creative, perché costringono il cervello in uno stato di continua allerta.
Nel capitolo Era digitale, informazione, e democrazia, l’autore amplia la sua analisi spostandosi dal piano neurobiologico a quello sociologico e didattico, partendo dalla considerazione che la tecnologia digitale è strettamente connessa con l’economia politica. I grandi imperi digitali non fanno altro che gestire le leggi del mercato e della ricchezza, offrendo invece agli utenti l’illusione di un mondo altro, libero dalla necessità esistenziale, dominato dalla categoria del possibile e della second life. In effetti si è in presenza di una nuova forma di capitalismo globalizzato dell’informazione e della comunicazione che sta avendo gravi conseguenze sul piano commerciale con la crisi dei giornali cartacei, dell’editoria in genere, della vendita di libri, ma anche sul piano didattico con la tendenza all’uso di un linguaggio paratattico e di una informazione che non si traduce mai in formazione. Giustamente Picchione denuncia il rischio che l’uomo contemporaneo corre, rinunciando al suo diritto-dovere d’interpretare il mondo in cui vive e di relazionarsi con l’altro: («Si è sempre meno cittadini e sempre più consumatori», p. 40).
In questo contesto l’esperienza della scrittura e della lettura, in particolare in ambito letterario, si presenta come contrastiva rispetto alla rapidità della comunicazione elettronica. Sia nella fase della produzione sia in quella della fruizione, la letteratura si presenta come un vero e proprio elogio della lentezza, che è poi il titolo di un volume edito nel 2014 dal neuroscienziato Lamberto Maffei che, contro la bulimia tecnologica, difende la profondità della meditazione e le ragioni del pensiero a cui non è necessaria la velocità. Il nostro cervello produce dei neuroni ritardanti che sono le guide dei processi culturali, basati sull’approfondimento, sull’interiorità, sulla concentrazione. Se si rinuncia a questa attitudine si rischia quella che Halliday chiama “deprivazione verbale” che a sua volta implica un impoverimento degli strumenti ermeneutici del soggetto pensante.
Facendo riferimento alla sua esperienza di docente, Picchione sottopone a critica il sistema universitario canadese, e in genere nord-americano, che si è adeguato al modello aziendale e ha favorito lo sviluppo settoriale delle materie scientifico-tecnologiche, a scapito dell’insegnamento della letteratura che è invece il luogo dell’utopia e dell’auto-riconoscimento, della conoscenza di sé e degli altri, non necessaria mente legata ad una funzione economica o commerciale. Egli riflette sul fatto che la cultura del consumismo ha ormai invaso i campus universitari del Nord America, frequentati da studenti privi di cognizioni linguistiche e letterarie fondamentali per studi basati sulla scrittura.
Se spostiamo lo sguardo sull’Italia, bisogna ammettere tuttavia che anche la recente politica scolastica e universitaria ha subito il fascino delle sirene della globalizzazione e del mito produttivo. Il progetto renziano della “buona (?) scuola” sotto la formula “alternanza tra scuola e lavoro” nasconde una prospettiva miope, aziendalistica ed economicistica della formazione giovanile, senza comprendere che, in una nazione così ricca di beni culturali, il vero sviluppo – anche economico – si può avere con un forte investimento in cultura, soprattutto in quella umanistica. E invece nelle scuole secondarie si riducono le ore dedicate alla storia dell’arte, alla geografia, alla storia, alla musica, con le conseguenze di un’ignoranza di massa, testimoniata da quel che ascoltiamo in tv o da quel che leggiamo sui giornali o dalle dichiarazioni dei politici.
L’indebolimento del ruolo sociale della letteratura è stato favorito anche dalla decontestualizzazione apportata da metodologie critiche e pedagogiche come il post-strutturalismo, il decostruzionismo, le teorie del reader-response, predominanti nelle università americane. Queste discipline, insieme alla rimozione dei classici nel curriculum formativo degli studenti, hanno contribuito a isolare il testo nella sua autonomia, annullando la complessità del rapporto tra letteratura e realtà storico-politica ed appiattendo la funzione comunicazionale della scrittura e della lingua.
Lo studioso difende invece, sulla base dell’insegnamento di Adorno e dei filosofi della Scuola di Francoforte, la funzione della letteratura come locus resistentiae, spazio critico che si oppone alla doxa unidimensionale del mondo e mira ad attivare un processo riflessivo e di autoriconoscimento.
Nell’ultimo capitolo, Evoluzioni bio-antropologiche e trasformazioni identitarie, Picchione affronta sul piano bioetico e filosofico la questione degli effetti dei media sul cervello e sui mutamenti delle nostre identità percettive in una società che ha subìto una svolta epocale nella definizione del soggetto-uomo.
Egli ricorre al concetto di Gestell, elaborato da Heidegger, che in italiano potrebbe tradursi impianto di richiesta, e agli studi di Giacomo Rizzolatti sui neuroni-specchio, per affermare che le nuove tecnologie modificano i neuroni e quindi il nostro sistema di conoscenza. Il cervello, sottoposto a questi mutamenti, è come anestetizzato, ed è incapace di recepire sistemi di pensiero complessi, attitudini alla creatività, linguaggi densi e plurivoci. La letteratura che è riflessione, ambiguità, sofferenza e terapia, non può trovare una sua funzione sociale in un mondo in cui «il dominio del modello tecnico-scientifico trasforma la concezione e l’uso della lingua stessa e la tecnologizzazione del sistema scolastico riduce la percezione dello studio a raccolta di informazioni facilmente accessibili», p. 73.
È dunque ormai inutile, sul piano sociale e culturale, il modello di umanesimo finora incardinato sull’insegnamento della letteratura, della scrittura e della lettura? No di certo, anche se si è modificato il suo ruolo nella semiosfera comunicazionale.
Proprio perché siamo sottoposti al martellamento di messaggi multipli, frammentari, che determinano un sistema cognitivo autoreferenziale, dobbiamo difendere, anche nella società di massa, la presenza della parola letteraria, della sua espressione e della sua ricezione.
Con il suo volumetto, scritto in uno stile molto scorrevole e dotato di un’ampia bibliografia, Picchione ha di fatto anticipato una serie di riflessioni sull’importanza della cultura umanistica che stanno proponendo anche intellettuali italiani.
Se da una parte l’illustre latinista Ivano Dionigi difende il ruolo formativo dei classici, uno storico dell’arte come Tomaso Montanari denuncia la crisi di una «società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei principi dal valore delle “eccellenze” commerciali» ed afferma che «le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale […] oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro» («La Repubblica», 23 gennaio 2017).

http://riviste.unimi.it/index.php/ACME/article/view/8832/8412

 
La Bottega di Hamlin
Eum Redazione

di Donato Bevilacqua, La Bottega di Hamlin, 17 maggio 2017

'La scrittura, il cervello e l’era digitale', di John Picchione, è un’analisi sul rapporto tra nuove tecnologie e processi umani, che sembra portare al declino di alcune capacità basilari e alla formazione dell’Homo Videns.

La scrittura, il cervello e l’era digitale è un prezioso saggio edito da EUM con il quale John Picchione analizza in maniera attenta e precisa il rapporto tra la letteratura e la cultura della tecnologia che ha invaso la nostra epoca.
John Picchione parte da alcune domande precise: che effetti hanno tecnologia ed elettronica sulla scrittura? Quali sono le conseguenze di questo strettissimo legame personalità e multimedialità digitalizzazione spinta all’estremo? Come diventano letteratura, pratiche pedagogiche e sviluppo del sistema neuronale a contatto con le nuove tecniche.
La scrittura, il cervello e l’era digitale cerca di dare risposta a queste domande senza passare per strade troppo astruse, vocaboli impronunciabili, termini troppo “scientifici”. Picchione ci fa comprendere come i cambiamenti dei sistemi umani vanno capiti partendo da una sorta di interiorizzazione di tecnologia, che sta portando all’annullamento della capacità di scrittura e dei rapporti personali. L’autore sostiene cioè che la tecnologia modella la nostra mente, mettendo in crisi alcuni valori fondamentali dell’Occidente, come la scrittura.
Nel mondo di oggi, sostiene John Picchione, vince «l’Illetteratismo, una forte incapacità di comunicare attraverso la scrittura, proprio perché non si legge». La scrittura, il cervello e l’era digitale è quindi uno strumento utile non solo perché descrive bene il nuovo uomo Occidentale, «l’Homo Videns il cui sistema percettivo è totalmente modificato», ma anche perché ci avverte su come l’abuso di tecnologia alteri il nostro sistema di pensare, e porti alla perdita di capacità basilari, come scrittura e lettura.
Ma ciò che fa John Picchione va ben oltre, perché analizzando la marginalizzazione della cultura umanistica, il libro La scrittura, il cervello e l’era digitale tocca anche il problema dell’incapacità di porsi domande, di fare ricerca, di “problematizzare il mondo”, di articolare il pensiero che sta alla base di ogni società democratica. E mentre si affievoliscono i saperi reali e le esperienze, dilagano populismi e svilimento culturale.
La letteratura che stiamo perdendo, afferma Picchione, è cultura riflessiva, terreno per l’immaginazione, dialogo con l’altro e terapia, spazi e momenti di cui soprattutto i giovani hanno bisogno.

Scienza e tecnologia ci svelano conoscenze dei nostri mondi naturali e aumentano l’efficienza con cui possiamo gestire le nostre esistenze. Quello che non potranno mai offrirci è il sentimento del vivere, l’eccitazione dell’esserci.

http://libri.labottegadihamlin.it/recensioni/john-picchione-la-scrittura-cervello-lera-digitale-4607

 
L’Indice dei Libri del Mese
Eum Redazione

“Un affievolirsi della democrazia”
di Daniela Saresella, L’Indice dei Libri del Mese, n. 4, Aprile 2017, p. 22

John Picchione, docente di Cultura italiana presso la York University di Toronto, si sofferma sul rapporto tra letteratura e tecnologia elettronica, e sulla cultura del pragmatismo che caratterizza la nostra epoca. Sottolinea soprattutto come le nuove tecnologie abbiano effetti sul sistema neuronale: gli attuali cambiamenti antropologici possono essere compresi solo tenendo conto dell’interiorizzazione delle nuove tecniche e della progressiva marginalizzazione della cultura umanistica.
Picchione pensa che la tecnica "non costruisca strumenti neutrali, ma che fondi i mondi specifici in cui siamo storicamente situati”; la tecnica orienta le nostre percezioni del mondo e, d'accordo con Marshall McLuhan – autore, già negli anni sessanta, del libro The Gutenberg Galaxy. The Making of Typographic Man –, Picchione ritiene che le nuove tecnologie modellino la mente dei contemporanei come l’alfabeto ha plasmato quella dei popoli del passato. Soprattutto i nuovi mezzi tecnologici stanno mettendo in crisi i valori fondanti dell'Occidente che poggiano sulla cultura scritta: infatti le strutture percettive, organizzative e sociali della nostra quotidianità si sono formate all'interno della civiltà della scrittura, ora messa in crisi dai media elettronici.
È un'illusione pensare che si possano controllare tali cambiamenti con un uso intelligente della tecnologia perché, come già sottolineato da Neil Postman (Building a bridge to the Eighteenth century. How the past can improve our foture, 1999), i nuovi mezzi corrodono i processi epistemologici, agendo sul nostro cervello. Picchione avverte come, soprattutto negli ultimi anni, si sia di fronte "a un'accelerazione della temporalità e ad uno spostamento fondamentale dei processi stessi del pensare". La scrittura infatti implica dei processi meditativi e analitici lenti, e l’attività cognitiva richiesta dalla comprensione di un testo male si accorda con la rapidità sensoriale delle nuove tecnologie, lontane dai processi sequenziali, analitici e riflessivi connessi alla lettura.
L’interesse del libro di Picchione deriva anche dalla riflessione più complessiva dell'autore sulla marginalizzazione della cultura umanistica. La crisi dell'umanesimo trova i suoi presupposti negli anni Settanta, con la conclusione di quella che Eric Hobsbawn ha definito "l'età dell'oro" (1947-1973): in quel periodo ebbe inizio un lento declino economico dell'Occidente. Ciò ha avuto ovvie ripercussioni sulla politica e sulla cultura, anche perché le classi dirigenti hanno maturato la convinzione che gli investimenti dovessero essere indirizzati non a rafforzare le ragioni del nostro progetto culturale, ma a legittimare logiche di profitto e di mercato. Il risultato è un progressivo depauperamento della cultura umanistica, delle risorse ad essa destinate, e lo spostamento di attenzione e di fondi verso gli ambiti che hanno una spendibilità sul mercato. Ma, come ha affermato la filosofa statunitense Martha Nussbaum nel suo noto libro del 2010 Not for Profit. Why Democracy needs the Humanities, senza la cultura umanistica non esiste quella problematizzazione del mondo, quella comprensione della realtà, quell'articolazione del pensiero che sono presupposti di ogni società democratica. La scienza, l’economia e il profitto non possono soppiantare i valori e le necessità dell'uomo, la sua ricerca di perché e la complessità della sua Weltanschauung.
Nell'ambito universitario – nota Picchione, analizzando il modello canadese – si è affermata la cosiddetta corporate university: questa accademia, modellata sulle necessità delle aziende e che ha l'obiettivo di favorire sbocchi professionali per i laureati, è incentrata esclusivamente "sulle conoscenze scientifico-tecnologiche". I corsi di materie umanistiche sono destinati a risultare marginali, e ciò proprio quando approdano in università quelle generazioni di giovani che, plasmate dalle nuove tecnologie, denotano un indebolimento cognitivo, delle abilità analitiche e delle competenze concettuali, e avrebbero assoluto bisogno di stimoli e di un apprendimento critico e articolato dei saperi.
Il risultato di questo percorso che l'Occidente sta compiendo, nota Picchione, produce un affievolirsi della democrazia, anche perché la rete è in mano alle grandi corporazioni economiche. Non c'è da stupirsi dunque del dilagare di internazionali ed estese scelte cosiddette populiste: le risposte semplici a problemi complessi non possono che essere conseguenza dello svilimento culturale che vive la società contemporanea, spaesata di fronte ai cambiamenti in atto – un mercato del lavoro sempre più precario a causa dei cambiamenti tecnologici, l'immigrazione, l'affermarsi di nuove potenze economiche eccetera – e assetata di certezze e di approdi definitivi.

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