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Il governo dell'opinione. Politica e costituzione in David Hume Mostra a grandezza intera

 
 

Informazioni

Il governo dell'opinione. Politica e costituzione in David Hume

Cobbe Luca

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Note sul testo

David Hume è il primo pensatore moderno ad attribuire una rilevanza nuova e politica al concetto di opinione. Tale tendenza, evidente in tutta la sua opera filosofica, politica e storica non è solo il sintomo della crisi di legittimità dell’ordine d’antico regime, ma la manifestazione della presenza di un nuovo sovrano che determina le azioni degli individui in società. I concetti di governo, costituzione, ordine e politica subiscono così una trasformazione radicale, che inaugura una nuova stagione del costituzionalismo moderno.
Questo volume ricostruisce storicamente il pensiero politico di Hume, sottraendolo alle etichette storiografiche consolidate, del tutto inadatte a cogliere l’originalità della sua risposta intellettuale alle sfide che la società commerciale impone, fin dagli esordi del Settecento, alle forme, alle funzioni e agli obiettivi del governare.

Note sull'autore
Luca Cobbe è dottore di ricerca in Storia e teoria delle costituzioni moderne e contemporanee presso l’Università di Macerata. Collabora con la cattedra di Storia del pensiero politico dell’Università di Macerata e con quella di Storia delle dottrine politiche dell’Università "Sapienza" di Roma. È autore di diversi saggi sul pensiero politico moderno e contemporaneo.

Indice
Introduzione

Capitolo primo. Storiografia e costituzionalismo

1. L’anomalia ragionevole
2. Il fraintendimento originario
3. Un conservatorismo contraddittorio
4. Whig Philosophical Politics
5. Società commerciale e politeness
6. Lo spettro di Cicerone
7. La natural law tradition
8. Il problema filosofico del costituzionalismo humeano

Capitolo secondo. Il problema dell’ordine
1. Tra Hobbes e Hutcheson
2. Epistemologia e antropologia politica
3. L’autorità della credenza
4. Simpatia
5. La società come istituzione
6. Sistema giuridico e condotte sociali
7. La potenza giuridica dell’immaginazione

Capitolo terzo. Governare la società
1. Il governo della società
2. Funzione e genesi del governo
3. Obbedienza e resistenza
4. Il mistero dell’ordine politico: l’opinione

Capitolo quarto. Politica della costituzione
1. Superstizione ed entusiasmo
2. Le forme del governo
3. Costitutional manners
4. I partiti politici
5. Opinioni sulla storia
6. La costituzione della società

Indice dei nomi

Note
Biblioteca del Giornale di Storia costituzionale n. 8
Collana diretta da Luigi Lacchè, Roberto Martucci, Luca Scuccimarra

  • Autore/i Cobbe Luca
  • Codice ISBN 978-88-6056-374-3
  • Linea Editoriale eum x
  • Numero pagine 358
  • Formato 14,5x20,5
  • Anno 2014
  • Editore © 2014 eum edizioni università di Macerata
  • The Journal web site: http://www.storiacostituzionale.it
Ricerche di Storia Politica
Eum Redazione

di Pierangelo Schiera, 1/2015, Biblioteca, pp. 118-120

La scelta di Cobbe in questo suo bel libro su David Hume è, fin dal titolo, netta. La bussola della sua «dottrina» politica è l’opinione. Ma non è una scelta banale, nonostante che sul punto esista già monumentale letteratura: l’opinione è infatti a sua volta bussola fra le due sponde dell’interesse filosofico-pratico di Hume, che sarebbero la politica e la costituzione. Neanche sulla prima ci sarebbe molto da aggiungere, dopo l’insuperabile ricostruzione già compiuta – proprio da un maestro italiano di storiografia, Giuseppe Giarrizzo, nel suo famoso testo del 1962 – delle coordinate storico-politico-culturali dell’impegno politico di Hume nel panorama britannico complesso e a lungo, ma spesso ancora oggi, letto riduttivamente in chiave troppo tradizionalmente whig.
La principale novità di Cobbe sta forse nel tentativo di svincolare il contributo del suo autore dalla storia consueta del «costituzionalismo», per renderlo invece protagonista di un discorso ben più preciso e insieme articolato, che è quello di «costituzione». Si parte dal disordine, frutto dei cambiamenti prodotti dall’avvento della società commerciale, per provare a giungere all’ordine. La cifra di fondo è il movimento, a cui deve corrispondere la capacità di governo. Strumento essenziale è l’opinione, principale tramite fra cittadini e autorità. È l’Inghilterra del Settecento a porre tutti quei problemi, internazionali in primo luogo – per la guerra con le colonie nord-americane e il concomitante completamento del British Empire – ma anche interni, con l’inevitabile confronto tra le forze apparentemente uscite vittoriose dalla Glorious Revolution e quelle nuove, interpreti della prima rivoluzione industriale e «bisognose» di nuove misure. Così ecco comparire con urgenza il «bisogno» di costituzione, ma non un bisogno indistinto, bensì diffuso e articolato nelle tante posizioni – sociali come culturali – che poi Hume ridurrà a Opinion. Cobbe esce dalla corrente interpretativa whig, che ha a sua volta determinato anche la lettura riduttivamente «liberale» e «costituzionalistica» otto e novecentesca di Locke. In tal modo, bilanciamento dei poteri e riconoscimento dei diritti non perdono certo il loro peso, ma possono venir intesi come meccanismi di un gioco più complesso, in cui le forze impegnate conducono una lotta di fondo, tra corruzione e ricerca di nuove leadership, tra conservazione e coraggio riformistico.
A me pare che sia Hobbes, piuttosto che il normalmente citato Locke, l’autore classico inglese a cui fare riferimento per comprendere la «novità» dell’intervento di Hume; mentre dall’altra parte (ad quem) collocherei Bentham (sul quale peraltro va citata – anche perché proveniente dallo stesso ambito storiografico-dottrinario bolognese – la pure recentissima ricerca di Paola Rudan, L’inventore della costituzione. Jeremy Bentham e il governo della società, Bologna, 2013). Il libro di Cobbe mi ha spinto a pensare che Hume faccia in qualche modo da ponte fra la troppo trascurata idea che Hobbes ha della cittadinanza e la prospettiva che Bentham dedica invece alla società: di questi due ingredienti è, a mio avviso, fatta quella «misura» che, in vari modi e per tante vie, ha costituito il modello di democrazia e liberalismo che gli inglesi hanno ininterrottamente esportato nel mondo per tutto l’Ottocento e il Novecento, fino ad oggi (British Values).
Dopo un dovizioso inquadramento dell’operazione di Hume nella fase storico-costituzionale dell’Inghilterra dopo la Glorious Revolution, Cobbe si è trovato dinanzi il problema di conciliare l’attività e la dottrina politica di Hume con l’impianto, solenne, della sua impostazione filosofica. La chiave da lui colta sta nella considerazione della società «come spazio degli scambi, dell’opinione e dei costumi». La «simpatia» dei comportamenti individuali fra loro e la proprietà «sintetica» della vita in società si devono in qualche modo assestare: l’esito di ciò sarebbe «un movimento di penetrazione del sociale nel politico che incide profondamente sulle modalità di comprensione di quest’ultimo». Grazie a Luca Cobbe abbiamo oggi uno studio di Hume che lo pone non solo nella scia di Hobbes, ma anche tra gli artefici del costituzionalismo per così dire «antropologico» del «discorso politico». La individualità colta da Hume è infatti «problematica»: «L’uomo entra in società perché ha dei problemi»; ma neppure la socialità è da meno. Essa ha bisogno del governo per potersi tradurre in costituzione. In entrambe le direzioni, a fare da collante è la specifica qualità umana di comunicazione, la quale soggiace però a una sorta di legge di indeterminatezza ante litteram, poiché non vi sono mai esiti scontati (o «naturali») ma tutto è sempre dipendente dal potere d’immaginazione, cioè dalla capacità di produrre, grazie ad una auctoritas bene spesa, quel «sistema simbolico di comunicazione» che, anche a mio modo di vedere, costituisce propriamente, in Occidente, una delle pre-condizioni della «nostra» politica.
Questo regno dell’artificialità non si limita al piano dottrinario. Anche le istituzioni sono artificiali, quindi mutevoli e scorrevoli. A partire dalla società – istituzione per eccellenza – che rende possibile e coordina, finché può, quel movimento, o traffico o commercio che è il punto di partenza dell’azione umana. Lo fa con la «invenzione» del governo, che infatti «segnala l’esigenza di una regìa amministrativa della cooperazione, in grado di fare funzionare senza intoppi quella fiducia che è alla base di qualsiasi azione socialmente coordinata».
Questa è la civil society di Hume e della migliore tradizione britannica: inscritta nell’universo più ampio che parte dalla civil conversazione e attraverso la politeness conduce alla civilization, essa attraversa con evidenza i luoghi principali della cultura occidentale e potrebbe essere oggetto di un’indagine più raffinata, che però certamente esula dall’interesse empirico di Hume per una comprensione storicamente determinata del problema dell’uomo in società, nel suo tempo.

 
La Sicilia
Eum Redazione

di Andrea Bisicchia, 13 ottobre 2014

Lo studio di Luca Cobbe: ”Il governo dell’opinione. Politica e costituzione in David Hume”, Edizione dell’Università di Macerata, non è un ennesimo contributo per approfondire il pensiero politico di Hume, bensì qualcosa di diverso, perché il filo conduttore della ricerca intende dimostrare come l’idea di opinione (doxa), presente nella speculazione di Hume, possa contribuire al funzionamento e alla stabilità di uno Stato, avendo, il filosofo scozzese, ben capito, quanto, al di là dell’importanza della costituzione, fosse incerto l’equilibrio di uno Stato repubblicano se incapace di intercettare l’opinione mutevole dei cittadini, se non la previene per evitare di rendere precaria la governabilità. Hume era convinto che da quando, nel mondo anglosassone, si era affermato il regime parlamentare, attento a dialogare con le opinioni dei cittadini, il commercio, le manifatture, l’agricoltura, l’industria, avessero ottenuto un notevole incremento, favorito da una perfetta armonia costituzionale tra le forze politiche e quelle sociali. Hume dice qualcosa di più e di molto diverso, ovvero che lo sviluppo culturale di un popolo dipende dalla capacità di ascolto da parte dei governanti. Luca Cobbe conosce interamente l’Opera di Hume, nella sua ricerca, spesso, mette a confronto i suoi contributi con quelli di illustri studiosi, in particolare, con quello di Giuseppe Giarrizzo, al quale dobbiamo, forse, il primo studio veramente approfondito in Italia: “David Hume politico e storico”, Einaudi, 1962. Cobbe accetta molte delle sue tesi, anche quelle che riguardano la contraddittorietà fra elementi liberali e conservatori, sebbene, a suo avviso, il vero merito di Giarrizzo fosse stato quello di aver fatto conoscere al lettore la storia politica del secolo illuminista in cui Hume ebbe modo di trasformare le sue idee in trattati, con la consapevolezza di trovarsi dinanzi a una società in continua trasformazione, grazie al processo di transizione tra capitalismo commerciale e capitalismo industriale, del quale egli osservava le contraddizioni e le rapportava alle forme di governo. Simili contraddizioni stavano a base del suo stesso pensiero, tanto da rendere difficile capire il suo parteggiare tra Stato e cittadini, tra ragione e passione,tra società aperta e società chiusa. La modernità di Hume, però, secondo Cobbe, non va cercata in simili contraddizioni, quanto nella lucidità avveniristica di certe sue osservazioni, nel suo procedere a vasto raggio,come risulta dai suoi saggi sulla morale, sull’intelletto umano, sulla religione naturale. Egli era contro i saperi astratti, contro le idee innate, contro la causalità, da cui deriverebbe il suo ben noto scetticismo, contro la stessa ragione, se non è corroborata dal sentimento. Hume credeva, soprattutto, nell’opinione, nel consenso e nella morale, il cui dovere può essere infranto solo se a beneficiarne fosse lo Stato.

 
David Hume e il diritto innaturale all’obbedienza
Eum Redazione

di Maurizio Ricciardi, pubblicato su «Il Manifesto», 5 settembre 2014

Con distaccato disincanto, alla metà del Settecento, David Hume osserva un fatto che si dimostrerà cruciale per l’imminente stagione rivoluzionaria sulle due sponde dell’Atlantico. Egli nota che «nulla appare più sorprendente della facilità con cui la maggioranza è governata da una minoranza e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunziano ai propri sentimenti e alle proprie passioni a favore di quelle di chi governa». Questa subordinazione gli appare ancora più singolare, a fronte dell’evidente possibilità dei governati di fare ricorso in ogni momento alla forza del loro numero. E invece obbediscono. La risposta all’enigma dell’obbedienza è per Hume l’opinione. Ogni governo deve costantemente fare i conti con questo insieme di esperienze, credenze e intelletto, dipendendo da esso, mentre allo stesso tempo cerca di indirizzarlo per garantire la propria legittimità.
Il volume di Luca Cobbe, Il governo dell’opinione. Politica e costituzione in David Hume (Macerata, euro 19) ricostruisce con precisione la scoperta humeana della società quale spazio ordinato di comunicazione delle opinioni, dove gli individui apprendono a conoscere le proprie possibilità d’azione e quelle che possono produrre grazie alle loro relazioni. In questo spazio il governo che gli individui esercitano su se stessi diviene anche il presupposto necessario per il governo politico. Questo governo tanto individuale quanto collettivo si fonda su un sistema di condotte che non è prodotto da un’azione disciplinare che procede semplicemente dall’alto verso il basso, ma da un complesso reticolo di relazioni, fondato in primo luogo sull’immaginazione. In questo modo, lungi dall’essere una mera imposizione, l’autorità diviene una costruzione fondata sull’immaginazione della giustizia e quindi su regole condivise per la sua applicazione. Essa non è mai qualcosa che deriva dal passato, a cui obbedire meccanicamente, ma corrisponde al «potere di produrre qualcosa che non esiste».

Il rebus dell’apprendimento
L’opinione è sempre vissuta all’ombra del sospetto di essere portatrice di caos. Essa è stata considerata il pensiero del desiderio individuale in opposizione al bene comune o, peggio ancora, a quello di tutti. L’ordine della scienza, della sovranità, della proprietà è stato storicamente la risposta all’instabilità delle opinioni, mirando a garantire un canone universalmente accettato sulla conoscenza, la politica, l’economia. Come Cobbe dimostra, Hume stabilisce una nuova epistemologia politica grazie alla quale opinione e individuo divengono gli elementi fondamentali di un diverso sistema d’ordine. In primo luogo l’opinione è sottratta alla sua dimensione puramente individuale, per indagare quali forze contribuiscano alla sua formazione, mostrando quanto l’immaginazione, le credenze e l’intelletto degli individui dipendano da forze non individuali.
L’opinione in Hume non è la risposta solitaria a una realtà estranea ed esterna. Di conseguenza l’individuo non è determinato da una riserva di potere conoscitivo, politico o economico che può fare fruttare nei limiti posti dalla presenza di altri individui simili a lui. Si tratta piuttosto di un individuo che apprende nel confronto e nello scontro con gli altri individui, venendo in questo modo silenziosamente spodestato dalla posizione di presupposto unico e unitario dell’ordine politico.

Un individuo sociale
Questo individuo viene «relativizzato», perché la sua costante opera di apprendimento non può collocarlo in una posizione politica chiaramente definita. Come sovente fa anche su altri terreni, Hume non parla dell’individuo distaccandosi in maniera eclatante da coloro che lo hanno preceduto. Egli introduce piuttosto gli spostamenti, apparentemente parziali e marginali, che finiscono però per innovare in maniera significativa il quadro complessivo.
L’individuo di Hume non è così quello di Hobbes – libero e uguale e, proprio per questo, bisognoso di una sovranità assoluta in grado di limitarne i movimenti – ma non è nemmeno quello di Locke, che in fondo non è mai davvero uguale, perché definito all’origine dal suo rapporto con la proprietà.
L’individuo di Hume non esiste senza la società e solo al suo interno, cioè nella comunicazione costante con gli altri individui, viene prodotto e agisce. Non si tratta però di un’astratta celebrazione delle comunicazioni e delle loro interazioni, ma della «scoperta» di quel nuovo spazio comunicativo che è la società. La scoperta della società è l’esito più rivelante dell’epistemologia politica di Hume. Essa è un sistema di riferimento in grado di stabilire regole di condotta che si possono trascendere individualmente solo se non ne viene messa in discussione la validità complessiva.
La società è lo spazio presente che dà significato al passato, grazie all’immaginazione del futuro che la costituisce. Essa finisce così per essere l’ordine gerarchico che si afferma tra individui uguali, nel quale la gerarchia però non è la semplice persistenza del passato, ma il costante apprendimento di un potere presente all’interno della relazione societaria. La storia assume così il rango di fattore costitutivo dell’agire per l’influenza che costantemente esercita sulla formazione delle opinioni e delle azioni presenti, diventando un fattore di legittimazione e di costante, potenziale delegittimazione.
La storia della società ridetermina in continuazione che cosa può essere un individuo, secondo uno schema sconosciuto all’individualismo classico. La dottrina di Hume registra di conseguenza il tramonto delle tradizionali dottrine del diritto naturale, cioè della possibilità di fondare la legittimità politica su comandi immutabili che dovrebbero essere inscritti direttamente nella mente degli uomini. Essa però non può nemmeno accettare le teorie del contratto sociale, cioè l’idea che la costituzione politica presente debba la propria legittimità a un patto che nessuno dei viventi ha stipulato. Quando parla di governo Hume non ne fa una categoria metastorica che coincide con l’evidenza che gli uomini si sono sempre sottoposti a una qualche forma di potere. Come ben dimostra Cobbe, Hume registra che la presenza di una pluralità di forme di governo degli uomini, proprio perché non presume che gli individui possano obbedire solo per paura o per un consenso sempre già dato. Le pratiche di autodisciplinamento che gli individui sviluppano in continuazione sono la condizione di possibilità di un governo che poi esiste per limitare la loro libertà. La trasformazione inavvertita ma radicale alla quale è stato sottoposto il concetto di individuo divine così il fondamento della mutata concezione del governo. Quest’ultimo non è la forza esercitata in ultima istanza per impedire agli uomini di affermare le proprie individuali e distruttive passioni, ma non è nemmeno una sorta di replica sul piano collettivo di una regolazione già completamente maturata su quello individuale.
Esso è un prodotto della società, non il presupposto della sua costituzione, e per questa ragione esso non è «assoluto» nel senso consolidato del termine, ma piuttosto un governo tra altri che ugualmente producono, regolano e limitano l’agire degli individui. Il governo politico vive cioè della parzialità delle opinioni che lo consentono, così come la società stessa è attraversata da parzialità che tali rimangano nonostante la sintesi operata dalla società stessa.
La costituzione diviene così lo specifico spazio istituito tanto dalle contradditorie opinioni del popolo, che Hume si rifiuta di trattare con il disprezzo che fino a quel momento gli riserva la tradizione politica, quanto dalle necessarie decisioni del governo. In una società costituita da parti senza un’unità precostituita, la legge, in quanto espressione del comando sovrano destinata a regolare con i suoi divieti e i suoi silenzi la società, viene anch’essa relativizzata nella sua rilevanza, così come abbiamo visto succedere a proposito dell’individuo e del governo. Essa non esprime la sola modalità di regolazione rispetto alla quale si contrappone l’eccezione come risposta alle emergenze occasionali.

La paradossale normalità
La società di Hume è una paradossale condizione di normalità che, non essendo garantita esclusivamente dalla norma giuridica, prevede al suo interno la presenza costante dell’eccezione e della trasformazione della norma. Poiché nella società coesistono normazioni diverse, diviene assai complicato contrapporre la norma all’eccezione, la normalità all’emergenza, secondo un modello oggi sempre più presente con il declino della sovranità classica.
Bisogna però aggiungere che non sempre l’opinione può esprimere quella sintesi «obliqua» che Hume immagina possa confermare l’ordine della società. Non sempre essa giunge a esercitare quella che Cobbe con una espressione assai felice definisce «sovranità informale». Dalle condotte societarie rischiano sempre di emergere riferimenti normativi, abitudini, immaginazioni che, con maggior o minor successo, stabiliscono un contrasto insanabile con il governo stesso dell’opinione.
Non a caso la dottrina di Hume è sospesa tra le rivoluzioni, quelle inglesi del Seicento e quelle atlantiche della fine del secolo successivo e, mentre registra il mobile ordine societario che le prime hanno stabilito, essa viene ampiamente utilizzata per produrre quelle che verranno. Nonostante il quieto conservatorismo del suo autore, nella dottrina di Hume affiora costantemente un’inconsapevole ma sottile carica eversiva.

 
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