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«La notte consumata indarno». Leopardi e i traduttori dell’Eneide

  • Autore Corsalini Giulia
  • Codice ISBN (print) 978-88-6056-405-4
  • Linea Editoriale eum x
  • Numero pagine 169
  • Formato 14,5x20,5
  • Anno 2014
  • Editore © 2014 eum edizioni università di Macerata
«Studi e problemi di critica testuale»
Eum Redazione

Pantaleo Palmieri ha pubblicato la recensione del volume «La notte consumata indarno». Leopardi e i traduttori dell’Eneide nella rivista «Studi e problemi di critica testuale», 92, 2016, 1, p. 275.

 
Oblio
Eum Redazione

di Johnny L. Bertolio, Oblio V, 18-19

«Indarno»: a partire da questo avverbio si avvia, sin dal titolo, una nuova e aggiornata analisi dedicata al rapporto tra Giacomo Leopardi traduttore dell’Eneide e i precedenti letterati che si cimentarono in analoga impresa. Ovviamente nel caso del poeta di Recanati ci si deve limitare al secondo libro, pubblicato da Pirotta nel 1817, su cui ha scritto parole citatissime Luigi Blasucci (Una fonte linguistica [e un modello psicologico] per i Canti: la versione del secondo libro dell’Eneide, in Leopardi e il mondo antico, Atti del V Convegno internazionale di studi leopardiani [Recanati 22-25 settembre 1980], Firenze, Olschki, 1982, pp. 283-299).
Negli ultimi anni, in parallelo con l’impresa dello Zibaldone in inglese, si sono intensificati a ritmi davvero notevoli gli studi sul Leopardi traduttore: basti citare l’ultimo Convegno internazionale di studi leopardiani tenutosi a Recanati nel 2012 sul tema Leopardi traduttore: teoria e prassi.
Giulia Corsalini si inserisce in questo filone con il suo volumetto, diviso in due parti: nella prima, la più ampia, l’autrice si sofferma ad analizzare direttamente le relazioni, tutt’altro che scontate, tra Leopardi e i suoi più o meno immediati predecessori: Annibal Caro, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo in quanto teorico della traduzione, Clemente Bondi, Anton Maria Ambrogi e Giuseppe Solari. La seconda parte, invece, approfondisce la lezione maturata sul testo virgiliano in vista delle poesie originali e su uno spunto tematico presente nel secondo dell’Eneide, ovvero il rapporto tra l’uomo e gli dèi e la questione del destino.
Queste due sezioni realizzano quel doppio versante che spesso guida i critici del Leopardi traduttore: da un lato, l’analisi della traduzione di per sé, con uno sguardo al modello originale e alle versioni precedenti, dall’altro lo sperimentalismo di questo laboratorio giovanile, quando non infantile, in vista dei Canti. Dai saggi di Corsalini, attenta a mettere in luce sia i debiti linguistici sia quelli stilistici, emergono alcune osservazioni illuminanti: fra queste, l’applicazione degli enjambements, pure riccamente, teatralmente impiegati già da Alfieri, a «nessi di particolare valore evocativo e patetico» (p. 57). Inoltre, Corsalini fa notare come tra la traduzione alfieriana e quella leopardiana si inserisca la lezione del saggio Caro e Alfieri traduttori di Virgilio di Ugo Foscolo: in nome dell’ideale della fedeltà a Virgilio proclamato dal Foscolo, Leopardi ottunde le punte eccessivamente drammatiche della resa dell’astigiano e trattiene quanto ritenuto conforme alle proprie esigenze di poetica.
Per quanto riguarda la messa a frutto del lavoro di traduzione nella prospettiva delle poesie originali, fino all’ultima Ginestra, Corsalini puntualizza le acquisizioni della critica rilevando i calchi provvisti di maggior espressività. Si impone in questo senso ora una direzione «insieme elegante e famigliare» (p. 129), prevalente negli idilli, ora un’ispirazione anticheggiante basata in particolare sui latinismi e adoperata specialmente nelle canzoni. Fin dalla sua versione Leopardi sembra approfondire, del testo di Virgilio, le sfumature malinconiche ed elegiache adattandole poi alla poesia sentimentale tipica dei moderni.
Non è facile districarsi in una catena non corta di possibili anelli intermedi, ma resta indiscutibile che gli esametri dell’Eneide e, in ordine di importanza, la traduzione di Caro (si rammenti il v. 8 «odi greggi belar, muggir armenti» del Passero solitario, modellato su «udian greggi belar, mugghiare armenti» di Caro, Eneide VIII, v. 553) rappresentino i due più inossidabili. Se però Caro e in parte Bondi rappresentano il polo della grazia e dell’eleganza formale, Alfieri occupa quello, opposto, del ritmo vibrante e sprezzato, dello spirito eroico, a Leopardi affine non solo a livello stilistico. Tale duplicità si riscontra, secondo Corsalini, anche sul piano tematico: soffermandosi sul rapporto tra uomini, divinità e fato, l’autrice sottolinea come Leopardi, all’umanismo rinascimentale di Caro, preferisca il «senso della ribellione e della rottura dell’armonia» tipico di Alfieri (p. 157).

Sito di O.B.L.I.O., Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca
http://www.progettoblio.com/

 
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